Battisti confessa omicidi

webinfo@adnkronos.com
di Antonietta Ferrante  Cesare Battisti ammette le sue responsabilità ma l'ex terrorista dei Pac, arrestato in Bolivia dopo 37 anni di latitanza, non è pronto né a collaborare, né a pentirsi. Ad Alberto Nobili, a capo del pool anticrimine della procura di Milano che sabato e domenica lo ha interrogato per nove ore nel carcere di Oristano, rivendica una "guerra giusta"; una militanza armata che impone, però, "una rivisitazione critica" a 40 anni dai fatti, e la necessità di chiedere scusa ai familiari delle vittime. Ammissioni importanti che "fanno chiarezza su un periodo di storia di un gruppo che negli anni Settanta ha agito in maniera piuttosto efferata", spiega il procuratore Francesco Greco. Per la prima volta Battisti parla dei delitti per i quali è stato condannato all'ergastolo - quattro omicidi e tre ferimenti -, ammette che "quello che è stato ricostruito dalle sentenze e che riguarda i Pac corrisponde al vero, sia per i fatti che per le responsabilità". Parole che risuonano come una sorta di "onore alle armi", evidenzia Nobili, il riconoscimento "che la magistratura e la polizia hanno agito 'col codice in mano'". La volontà di chiarire sa di "rito liberatorio" e da disagio si trasforma in fiume in piena. "Ha chiesto scusa per il dolore, per il male che ha arrecato ai familiari delle vittime, all'epoca era una guerra giusta, adesso si rende conto della follia di quegli anni. Non ha rinnegato il passato, ma oggi si è reso conto dell'effetto devastante". Una rivoluzione armata con "Obiettivi precisi, individui che a loro avviso perseguitavano detenuti politici, persone che come Pierluigi Torregiani e Lino Sabbadin avevano ucciso dei rapinatori. Chiamavano i due commercianti 'i miliziani' perché armandosi si schieravano dalla parte dello Stato contro la criminalità, quindi andavano puniti", sottolinea Nobili. Due gli omicidi e uno il ferimento di cui Battisti confessa la responsabilità diretta. Ha sparato contro l'agente di custodia Antonio Santoro ucciso il 6 giugno 1978 a Udine; ha partecipato al delitto di Sabbadin colpito a Mestre il 16 febbraio 1979, lo stesso giorno dell'agguato mortale contro Torregiani; di aver puntato l'arma e ammazzato Andrea Campagna, poliziotto alla Digos di Milano. Non solo: ha gambizzato Diego Fava, 'colpevole' di non rilasciare abbastanza certificati medici ad alcuni operai, ha preso parte all'azione contro l'agente di custodia del carcere di Verona Arturo Nigro e contro il medico della casa circondariale di Novara Giorgio Rossanigo, entrambi feriti alle gambe. Tutte vittime di una "lotta armata che - riconosce Battisti - ha impedito lo sviluppo di una rivoluzione culturale sociale e politica nata in Italia con il Sessantotto". Confessioni personali, davanti al magistrato Nobili e alla dirigente della Digos Cristina Villa che ha lavorato all'arresto dello scorso 12 gennaio, rese dopo una lunga latitanza - tra Francia, Messico e Brasile - in cui, a suo dire, non ha beneficiato di "nessuna copertura obliqua, occulta". Ammissioni, scattate solo dopo le manette, rispetto alle quali non ha chiesto sconti. "Il mio assistito - spiega il difensore Davide Steccanella - ha parlato esclusivamente di se stesso e il tutto si è svolto in un clima di massima correttezza e trasparenza nel rispetto dei rispettivi ruoli, senza finalità diverse". Una persona diversa che "dopo 40 anni - aggiunge il legale - ha voluto dare la propria versione sui fatti che lo avevano visto coinvolto in un determinato periodo storico del nostro Paese".

di Antonietta Ferrante  

Cesare Battisti ammette le sue responsabilità ma l'ex terrorista dei Pac, arrestato in Bolivia dopo 37 anni di latitanza, non è pronto né a collaborare, né a pentirsi. Ad Alberto Nobili, a capo del pool anticrimine della procura di Milano che sabato e domenica lo ha interrogato per nove ore nel carcere di Oristano, rivendica una "guerra giusta"; una militanza armata che impone, però, "una rivisitazione critica" a 40 anni dai fatti, e la necessità di chiedere scusa ai familiari delle vittime. 

Ammissioni importanti che "fanno chiarezza su un periodo di storia di un gruppo che negli anni Settanta ha agito in maniera piuttosto efferata", spiega il procuratore Francesco Greco. Per la prima volta Battisti parla dei delitti per i quali è stato condannato all'ergastolo - quattro omicidi e tre ferimenti -, ammette che "quello che è stato ricostruito dalle sentenze e che riguarda i Pac corrisponde al vero, sia per i fatti che per le responsabilità". Parole che risuonano come una sorta di "onore alle armi", evidenzia Nobili, il riconoscimento "che la magistratura e la polizia hanno agito 'col codice in mano'". 

La volontà di chiarire sa di "rito liberatorio" e da disagio si trasforma in fiume in piena. "Ha chiesto scusa per il dolore, per il male che ha arrecato ai familiari delle vittime, all'epoca era una guerra giusta, adesso si rende conto della follia di quegli anni. Non ha rinnegato il passato, ma oggi si è reso conto dell'effetto devastante". Una rivoluzione armata con "Obiettivi precisi, individui che a loro avviso perseguitavano detenuti politici, persone che come Pierluigi Torregiani e Lino Sabbadin avevano ucciso dei rapinatori. Chiamavano i due commercianti 'i miliziani' perché armandosi si schieravano dalla parte dello Stato contro la criminalità, quindi andavano puniti", sottolinea Nobili. 

Due gli omicidi e uno il ferimento di cui Battisti confessa la responsabilità diretta. Ha sparato contro l'agente di custodia Antonio Santoro ucciso il 6 giugno 1978 a Udine; ha partecipato al delitto di Sabbadin colpito a Mestre il 16 febbraio 1979, lo stesso giorno dell'agguato mortale contro Torregiani; di aver puntato l'arma e ammazzato Andrea Campagna, poliziotto alla Digos di Milano. 

Non solo: ha gambizzato Diego Fava, 'colpevole' di non rilasciare abbastanza certificati medici ad alcuni operai, ha preso parte all'azione contro l'agente di custodia del carcere di Verona Arturo Nigro e contro il medico della casa circondariale di Novara Giorgio Rossanigo, entrambi feriti alle gambe. Tutte vittime di una "lotta armata che - riconosce Battisti - ha impedito lo sviluppo di una rivoluzione culturale sociale e politica nata in Italia con il Sessantotto". 

Confessioni personali, davanti al magistrato Nobili e alla dirigente della Digos Cristina Villa che ha lavorato all'arresto dello scorso 12 gennaio, rese dopo una lunga latitanza - tra Francia, Messico e Brasile - in cui, a suo dire, non ha beneficiato di "nessuna copertura obliqua, occulta". Ammissioni, scattate solo dopo le manette, rispetto alle quali non ha chiesto sconti. 

"Il mio assistito - spiega il difensore Davide Steccanella - ha parlato esclusivamente di se stesso e il tutto si è svolto in un clima di massima correttezza e trasparenza nel rispetto dei rispettivi ruoli, senza finalità diverse". Una persona diversa che "dopo 40 anni - aggiunge il legale - ha voluto dare la propria versione sui fatti che lo avevano visto coinvolto in un determinato periodo storico del nostro Paese".