Battisti su Spotify è un errore e ora vi spiego perché

lucio battisti canzoni

Quando facevo il quarto anno alle superiori, la Seconda Liceo Classico, non ho comprato i libri di scuola. Un gesto vagamente alla Pinocchio, immagino, ma senza bisogno di un Lucignolo che mi portasse fuoristrada. Non li ho comprati perché ho deciso deliberatamente che non avevo bisogno dei libri di scuola, quell’anno. E so che nello scrivere oggi queste mie parole potrebbero essere fraintese dai miei figli, che potrebbero trarne un cattivo esempio, non fosse che i loro libri, genitori assistenzialisti e chiocce che siamo, glieli compriamo sempre io e mia moglie e che loro, i miei figli, almeno i due più grandi, diciotto e quattordici anni, quelli che sono sui social e in rete, non leggono neanche una riga di quello che scrivo, beati loro. Non ho comprato i libri di scuola perché ho deciso che quei soldi, quelli che i miei mi hanno dato per i libri di scuola, mi sarebbero serviti per qualcosa di assai più utile, l’acquisto di vinili. Eravamo negli anni ottanta, di soldi ne giravano assai meno di oggi, parlo delle mie tasche, e la voglia di ascoltare musica nuova trovava solo nell’acquisto di dischi un appagamento altrimenti impossibile. Non c’era la rete, all’ epoca. C’ erano anche pochissimi cd, a dirla tutta, si doveva proprio acquistare i vinili. Certo, c’ erano le audiocassette, e casa mia, camera mia, ne era piena, e era piena di cassette in cui avevo registrato vinili che mi avevano passato dei miei amici più facoltosi di me. C’ era tutta la new wave e il punk che mi avevano passato i miei amici Roberto e Paolo Bartola, c’era il rock più tradizionale che mi aveva passato Stefano Renzi, e c’erano gli album di musica italiana che mi aveva passato il mio amico di infanzia Giacomo Curzi. Centinaia, migliaia di cassette. Tutte da novanta, così potevo mettere un album da un lato e un album dall’altro.
Ma siccome col tempo avevo cominciato a appassionarmi di musica rap e nessuno di loro sembrava neanche minimamente interessato al genere in questione, non avevo altra scelta che comprarmeli io, andando poi anche a ritroso, a acquistare vinili di artisti soul, funky. Fortunatamente sulle prime non dovetti acquistare tutta la discografia di Prince, che mi passò un tipo piuttosto silenzioso e strano che frequentava saltuariamente la mia compagnia, Emanuele, uno con il viso un po’ rovinato dall’acne, come me, e coi capelli perennemente coperti di gel, ma mi fu presto evidente che Prince non potevo ascoltarlo così, in cassetta, e uno alla volta me lo ricomprai tutto pure io, e cazzo quanti dischi aveva già fatto Prince.
Sia come sia affrontai l’anno della Seconda Liceo Classico senza libri, e quindi nella difficoltà di dover studiare un po' a fatica. Spesso mi fotocopiavo le pagine dei libri dei miei compagni di classe, e per quel che riguardava gli esercizi, le versioni, più che altro, le copiavo bellamente da un mio amico, riscrivendole con un mio stile, per non far capire che la base di partenza era la stessa, quasi sempre andando a prendere voti più alti di lui, che andava anche a ripetizione. Devo ammettere che della scuola mi interessava poco, a quei tempi, con tutta la mia attenzione rapita da musica e letteratura, specie quella americana, quest’ultima fortunatamente facilmente reperibile nella libreria di mio fratello maggiore Marco.
A quei tempi avevo camera mia piena di vinili, cassette e libri, quindi, soprattutto di cassette.
Dico questo perché, oggi, c’è questa faccenda del mio schierarmi in maniera piuttosto radicale nei confronti dello streaming. Attenzione, non nei confronti di chi ascolta con lo streaming, ma delle piattaforme di streaming e soprattutto di quelle case discografiche, le major, in pratica, che stanno puntando tutto su questa forma di ascolto, anche a livello di produzione e di poetica. Perché qualcuno, direttamente o indirettamente, sembra voler azzardare un paragone tra quelli che un tempo ricorrevano alle cassette, prima concreta forma di pirateria, in realtà inizialmente resa piuttosto possibile da un vuoto legislativo, e chi oggi invece utilizza un più lecito mezzo come lo streaming, indicando anzi in chi ricorreva a quelle cassettine, sicuramente di infima qualità, responsabilità che chi ricorre allo streaming non può avere.

Musica: il brodo pre-internet

Provo a fare chiarezza su come la penso a riguardo. Cercando, per quanto possibile, di far immergere in un brodo pre-internet chi con internet magari è nato e vissuto.
Negli anni Ottanta, quelli erano gli anni di cui sto parlando, quelli della mia adolescenza, per ascoltare musica c’erano questi sistemi: i vinili e le audiocassette, quelle originali, qualche programma televisivo come Deejay Television o Festivalbar, non esistevano canali tematici, allora, le radio private, che però non erano ancora network, le audiocassette pirata, quelle cioè che ti facevi da solo registrandoti canzoni o album da vinili. Nessuno le chiamava pirata, perché non erano ritenute
inizialmente tali, nel senso che registrarle non era illegale, se fatto per uso personale, e perché la pirateria verrà fuori come termine associato alla contraffazione discografica solo in seguito, prima con chi venderà cd tarocchi, poi con chi utilizzerà la rete per mettere in circolo dischi altrui gratuitamente. Chi, come me, era curioso e vorace, ma non ricco, ricorreva alle audiocassette per registrare la musica dei dischi degli amici, così da poter avere a disposizione una propria discografia più
completa. Discografia che, nella stragrande maggioranza dei casi, suonava di merda, esattamente come oggi suona di merda ascoltare musica su uno smartphone senza cuffie o con cuffie da cinque euro prese dai cinesi, come spesso fanno gli adolescenti. Discografia che per di più non passava dai negozi di dischi, se non nel primo passaggio, quando cioè i miei amici hanno acquistato i dischi, fatto che in qualche modo fregava proprio quegli artisti che io amavo. Esattamente tutto come oggi, quindi.
Normale che ci siano colleghi o addetti ai lavori che oggi vengano a dirmi: scusa, se tu ascoltavi musica di merda, per di più senza pagare gli artisti che quella musica avevano scritto, suonato e prodotto, perché rompi le palle su Spotify e affini? Almeno non è pirateria, questa. Ecco, diciamo che io la vedo un po’; diversamente da così.
Mi spiego.

lucio battisti

Le audiocassette registrate, cioè gli album interi che finivano dentro un lato di una BASF 90, era il mio caso, o le raccolte, che oggi sarebbero chiamate playlist, sono sicuramente una prima forma di pirateria. Non ci piove. Lo sono perché non riconoscono guadagni né agli artisti né alle case discografiche, anche se questo è un tema delicato, perché come poi coi cd, la Sony produceva sia i registratori che le audiocassette, per dire, come poi i masterizzatori e i cdr vergini. E lo sono perché nel non
riconoscere diritti e introiti al tempo stessa contribuiva a divulgare di quella musica una versione qualitativamente spesso assai peggiore dell’ originale, sgranata, rallentata, assai poco fedele.
Poi è arrivato il cd, quindi la creazione i file digitali atti a riprodurre musica.

Tranquilli, non voglio farvi la storia dell’audiofilia.

Napster e compagnia bella

Vado veloce. Arriva la rete, Napster propone per la prima volta quello che in realtà era già lì, presente nell’idea stessa di cd, cioè l’ipotesi che la musica contenuta nei file audio perdesse la propria fisicità, diventasse davvero impalpabile, e nel farlo ha anche ipotizzato che diventasse gratuita, perché l’idea di Napster era proprio quella di farla circolare liberamente, come in una grande comune. E da lì non si è più tornati indietro. Questo nonostante Steve Jobs abbia provato a metterci una pezza, la pezza ipercool dell’iPod, e di conseguenza abbia provato a far pagare quello che era per tutti diventato gratuito, con iTunes. Una pezza per tappare una voragine, infatti nulla si è fermato fino a oggi, che lo streaming sta mandando definitivamente in pensione il download e che il fisico stia diventando roba per cultori, collezionisti, vecchi bacucchi coi soldi.
Torniamo quindi alle audiocassette, che per qualcuno sarebbero uguali, se non peggio, dello streaming.
Da un punto di vista qualitativo direi che chi sostiene che le audiocassette fossero peggio dello streaming dice il vero. Anche perché spesso venivano ascoltate anche quelle di merda, con walkman con le pile scariche o autoradio di scarsa qualità comprate al Mercatone Zeta per poche decine di migliaia di lire. Forse anche dal punto di vista etico, perché a nessuno di noi passava neanche per l’anticamera del cervello che registrando un album in qualche modo stavamo derubando gli artisti e le case discografiche, mentre poi sarà più esplicito, perché si parlerà spesso di pirateria riguardo al file sharing e perché in tutti i casi l’idea di musica gratuita in qualche modo veicolata e imposta dalla triade Napster-Emule-Torrent ha indotto molti a pensare che la musica fosse una risorsa naturale a disposizione di tutti, come l’acqua o l’aria. C’è però una piccola differenza, che è un po’; alla base del mio radicalismo nei confronti delle piattaforme di streaming, Spotify in testa.
Questa.
Le case discografiche, che all’epoca erano in buona parte floride e non si erano già mangiate a vicenda generando quei mostri che oggi si chiamano Major, nel momento in cui ha cominciato a prosperare questa abitudine di farsi le cassettine non ha di colpo deciso che quello doveva essere il trend da seguire, la sola via di salvezza, l’unica ipotesi futuribile. Non ha, in pratica, deciso che di colpo tutti avrebbero dovuto suonare di merda come se fossero stati già doppiati e masterizzati su
nastri di scarsa qualità, non ha pensato di fare album che durassero esattamente con un lato di una BASF 90, non ha stabilito a priori che tutto il resto fosse vecchiume destinato al macero. Ha bandito quella consuetudine, ben sapendo che una legge che rendeva illegale registrarsi una copia di un album o di registrarla per un amico non avrebbe certo fermato la cosa, ha continuato certamente a produrre cassette vergini, figuriamoci, e ha guardato oltre, purtroppo in maniera
miope, identificando nel digitale una opportunità invece che un rischio.
Con l’arrivo dei cd, invece, la faccenda si è fatta più complicata, perché una maggiore durata ha in qualche modo dettato una linea anche artistica. Perché se prima la durata dei lati del vinile erano un limite, ovviamente, e volendo anche una sfida, ma non certo una discriminante per dover necessariamente fare un album che durasse almeno un tot, si vedano i famosi Q Disc, i 45 giri e anche gli EP, coi cd ha cominciato a esserci quasi una richiesta formale di fare album che durassero i famosi settantaquattro minuti, limite di tempo imposto se non sbaglio dalla Philips. Col risultato che nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo avuto per le mani lavori pieni di riempitivi, di canzoni di merda atte solo a riempire spazio.
Vado avanti, perché ripeto che non è certo mia intenzione star qui a delineare la storia della discografia. Con lo streaming la faccenda è sensibilmente cambiata, in peggio. Sapete già la storiella, le case discografiche, vista la loro imminente fine, hanno visto allo streaming come la sola possibilità di salvarsi, hanno spinto con tutta la loro forza verso un mondo in cui Spotify e affini fossero la sola modalità di ascolto, al punto che hanno in qualche modo ammazzato il fisico. Nel farlo hanno spinto gli artisti che con lo streaming avevano una continguità musicale, si pensi a chi fa la trap, in Italia, ma anche a quei nomi che hanno sin da subito scritto senza l’utilizzo di strumenti, quindi privandosi in partenza della possibilità di tutta quella gamma di sfumature che la composizione musicale in sé comporta. Certo aiutata, parliamo sempre dell’Italia, dalla scelta scellerata della FIMI di mettere nella stessa classifica fisico e streaming, col risultato che abbiamo una Top 10 con nomi di semisconosciuti che bullizzano nomi storici, andando a prendersi per di più certificazioni sempre più a buon mercato, laddove un tempo toccava spingere la gente a comprare album uscendo di casa e sborsando quattrini, il tutto con un click, gratis. Fatto, questo, che ha spinto molti artisti del passato, o semplicemente del presente ma un po’ più grandicelli, a cercare di emulare i giovanissimi, contaminando la loro musica con la musica che gira oggi, con risultati spesso ridicoli se non addirittura imbarazzanti. La discografia, in pratica, ha spinto così tanto verso lo streaming da aver cambiato la musica che gira intorno, da averne modificato il dna, anche se oggi tentano di spiegarci che questa è semplicemente la musica d’oggi. Ripeto, esattamente come se un tempo avessero imposto a, che so, uno Zucchero di registrare di merda.
Oro incenso e mirra perché così la gente se lo sarebbero ascoltato dopo averlo registrato a cazzo su una cassettina che poi avrebbe ascoltato su uno walkman con le pile mezze scariche. Il tutto, e questa mi sembra una aggravante mica da ridere, affamando gli artisti, che dallo streaming non guadagnano praticamente nulla, per andare a salvarsi il culo. Non esattamente azione degna di chi sulla pelle degli artisti ha da sempre campato.
Dico questo perché io sono tra quanti ritiene che aver messo Battisti su Spotify sia un errore, oltre che un tradimento. Un errore perché, se proprio nei giorni scorsi la Sony si era vantata, giustamente, di essere andata avanti con la rimasterizzazione dei vecchi nastri, con il secondo capitolo della saga Remaster, ora non può gioire che i millennials si ascoltino le stesse canzoni a merda sullo smartphone.

La musica di Battisti esiste da sempre

La musica di Battisti c’è sempre stata, su vinile, su cd, bastava andarsela a comprare.
Un tradimento perché, non me ne voglia Mogol, ma se Battisti ha deciso che a eseguire le sue volontà post-mortem fosse sua moglie, magari, avrà anche ponderato che sarebbe stata poi lei a decidere se e come renderne possibile l’ascolto in virtù, appunto, di quanto lui le avrà lasciato detto. Senza retropensieri. Non a caso Panella, che è l’autore dei testi dei suoi ultimi album, quelli in cui le parole contano quanto la musica, in effetti, non la sta a menare come lui su quanto sia triste
l’assenza dei suoi album dalla rete.

Dovendo scegliere per cosa applaudire la Sony, quindi, non ho dubbi che sia per Remasters. E a quanti mi accusano di essere un vecchio brontolone che a suo tempo chissà quante audiocassette si è fatto in barba alla qualità e ai diritti dei cantanti dico, è vero, sono stato un ladro, ma almeno non un assassino.