BCE: aumento dei tassi. È troppo tardi?

La decisione della Banca centrale europea di alzare di 50 punti base i tassi di interesse dell'Eurosistema (tasso di riferimento, tasso sui depositi e tasso per la marginal lending facility) dopo mesi di livelli di inflazione alta e persistente (ben sopra il livello considerato ottimale vicino al 2%), è tardiva, ma necessaria. Non tutti però sono d'accordo.

La decisione era attesa da tempo, nonostante a giugno il Consiglio direttivo della Bce avesse deciso di mettere fine a undici anni di politica accomodante aumentando i tassi solo dello 0,25%, riservandosi di prendere decisioni tempestive a settembre, vista l'ombra lunga che l'inflazione potrebbe proiettare per i mesi a venire.

Un dilemma difficile

In un periodo di profonda transizione, con la ripresa dell'economia dopo la crisi provocata dal Covid-19 e l'aumento dei prezzi delle materie prime, la decisione di Francoforte si basa su un dilemma difficile. "Si capisce bene che la situazione nell'Eurozona è diversa da quanto è accaduto negli Stati Uniti, dove l'inflazione è alta, ma la domanda è altrettanto alta, mentre in Europa l'aumento dei costi sta pesando sulla ripresa", ci spiega Francesco Lippi, professore di economia della Luiss.

"La Banca centrale europea ha tergiversato a lungo prima di prendere questa decisione, e ancora oggi sembra usare una certa cautela, perchè nel breve periodo questa operazione farà del bene all'inflazione ma non all'economia reale ed è in una situazione in cui ha deciso di strozzare quanto basta l'economia per cercare di tenere sotto controllo i prezzi. In una situazione in cui l'economia non galoppa questa decisione è difficile da prendere", aggiunge Lippi.

Un'arma usata è stata il Trasmission Protection Instrument (TPI), lo strumento di protezione della trasmissione della politica monetaria con cui Francoforte interverrà acquistando sul mercato secondario i titoli dei Paesi in cui i tassi di interesse salgono troppo. Lo strumento sarà utilizzato a discrezione della Banca Centrale Europea e servirà a "contrastare dinamiche di mercato disordinate e non giustificate, che pongono gravi minacce alla trasmissione della politica monetaria". Sarà attivato solo se il Paese da sostenere godrà di una buona sostenibilità delle finanze pubbliche e rispetterà gli obblighi del piano di ripresa e resilienza (PNRR). Ma è chiaro che il decennio di politica accomodante appena concluso è da mettere alle spalle.

Perchè si parla di decisione difficile e sofferta?

In Europa la situazione congiunturale è frammentata, con Paesi che sono più colpiti di altri a causa della struttura delle economie europee e della diversa vulnerabilità all'aumento dei prezzi dell'energia. "Francoforte è preoccupata che queste decisioni portino ulteriore frammentazione all'interno dell'area e che il rialzo dei tassi di interesse abbia effetti profondamente difformi nei Paesi europei: lo scudo anti-spread mira a far sì che i differenziali di rendimento tra i titoli italiani e quelli tedeschi non aumentino a dismisura, ma rimangano sotto controllo per  garantire una trasmissione omogenea della politica monetaria e permettano di evitare una tempesta perfetta in Paesi come l'Italia, che sta vivendo una crisi politica dopo la caduta del governo Draghi", ha spiegato Lippi. Ma la scelta della Bce "non era più prorogabile, perché altri paesi avevano priorità in termini di controllo di inflazione che non poteva più mantenersi a freno", continua Lippi.

La Bce arriva dove manca una politica fiscale comune europea.

Il varo del TPI è l'ultima carta giocata dalla Bce, che però ha chiarito di "non voler essere ostaggio di nessuno" nell'utilizzo del dispositivo. Resta certo che negli ultimi anni Francoforte ha a piccoli passi intrapreso azioni sempre più di ampio respiro e che non sono state immuni a discussioni (è il caso della querelle con la Corte costituzionale tedesca sulla la legittimità dell'acquisto di titoli a garanzia del Quantitative easing). "Sono passi che portano lentamente verso una sorta di politica fiscale comune, perchè limitano il costo del debito e in qualche misura lo socializzano, si emettono delle passività europee per far sì che esso non salga troppo", continua Lippi.

Queste mosse però preoccupano il risparmiatore nord europeo, chiamato ancora una volta a finanziare Paesi in difficoltà che basano la loro azione su promesse difficili da mantenere e che per questo richiedono maggiore flessibilità. Ma non è facile definire cosa e giusto e cosa è sbagliato

In uno scenario agitato come quello attuale la partita si gioca soprattutto sul futuro. "Fare dei passi verso un bilancio comune potrebbe essere una strada per portare maggiore tranquillità all'intera Unione Europea", conclude Lippi.

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