Bce vede nuova 'gobba' inflazione mentre prezzi salgono

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Sede della Banca centrale europea a Francoforte

di Francesco Canepa

FRANCOFORTE (Reuters) - Il picco dell'inflazione nella zona euro, oltre il target della Banca centrale europea, rappresenta una "gobba" temporanea, dice la Bce evocando una metafora usata un decennio fa dall'allora presidente Jean-Claude Trichet.

Nel 2011, la Bce aumentò i tassi d'interesse due volte in quattro mesi, con Trichet che si arrese alle pressioni della Germania pur ritenendo che l'aumento dei prezzi, alimentato dalle materie prime, avrebbe avuto vita breve. Oggi persino la stessa Bce lo considera un errore di politica monetaria che ha aggravato la crisi del debito della zona euro.

Dopo aver imparato una dura lezione, gli attuali membri della Bce sostengono che non ridurranno lo stimolo della politica monetaria finché l'inflazione non sarà stabile al target della banca del 2%, scenario previsto solo tra più di due anni.

"L'outlook dell'inflazione rimane caratterizzato da una gobba nel 2021, a cui seguiranno tassi più moderati nel 2022 e 2023", ha detto la Bce la scorsa settimana, affermando che i recenti aumenti di prezzo sono dovuti alle materie prime più costose e ai colli di bottiglia nella produzione legati alla pandemia.

La lettura di agosto dell'inflazione statunitense diffusa ieri - la più lenta in sei mesi - potrebbe sostenere l'idea che le recenti pressioni sui prezzi siano temporanee.

Tuttavia la Bce monitorerà ogni segnale che indichi una trasformazione dell'inflazione in qualcosa di più durevole, specie se i consumatori e le aziende colpite dai prezzi più elevati modificheranno le loro aspettative di conseguenza.

Ecco quindi perché i membri della Bce aderiscono alla narrativa della "gobba", e quali indicatori stanno monitorando.

A COSA È DOVUTA LA GOBBA?

Ad agosto l'inflazione della zona euro è balzata ai massimi di 10 anni, al 3%. L'aumento è stato alimentato dai costi energetici, ma sono saliti anche i prezzi di beni industriali e alimentari.

Questo perché la pandemia di Covid-19 ha pesato sulla logistica globale per via delle restrizioni sanitarie e delle carenze del personale, facendo salire i prezzi di trasporto ai massimi storici e rendendo le importazioni più costose.

Ha anche aggravato il balzo del prezzo di alcuni cereali, a causa di cattivi raccolti.

SVANIRÀ?

Le banche centrali dei 19 paesi della zona euro ritengono che la crescita dei prezzi rallenterà una volta che le divergenze tra la domanda e l'offerta si bilanceranno.

Gli istituti ritengono che l'aumento è parzialmente dovuto agli "effetti base", dato l'insolitamente basso livello dei prezzi di un anno fa con la pandemia che ha fatto chiudere le attività e ha costretto le persone a casa. Citano anche un taglio dell'Iva in Germania, parte del pacchetto di stimolo del governo tedesco contro il Covid-19.

Allo stesso tempo, l'alto livello della disoccupazione strutturale della zona euro e la popolazione che invecchia limitano le loro proiezioni sulla crescita e sull'inflazione a lungo termine.

La Bce prevede un'inflazione media pari al 2,2% quest'anno, che poi calerebbe all'1,7% nel 2022 e all'1,5% nel 2023.

L'inflazione 'core' - che esclude le componenti dei prezzi energetici e dei beni alimentari ed è considerata come un migliore indicatore dell'andamento sottostante - è risultata all'1,6% ad agosto e si prevede una media compresa tra l'1,3% e l'1,5% per i prossimi due anni.

I 'FALCHI' SONO D'ACCORDO?

Sì. Anche il membro più 'hawkish' del board della Bce, la tedesca Isabel Schnabel, concorda che "molto probabilmente, l'inflazione calerà notevolmente già il prossimo anno".

Si tratta di uno scenario molto diverso rispetto al 2011, quando il capo economista Bce Juergen Stark si impose per due aumenti dei tassi d'interesse dal valore complessivo di 50 punti base, in contrasto con le proiezioni del suo stesso staff di un rallentamento dell'inflazione.

Allora, Stark sottolineò i rischi "legati ad ulteriori aumenti dei prezzi energetici e delle commodity", mentre Trichet rifiutò di porre maggiore enfasi sull'inflazione core, che descriveva un panorama più positivo.

Invece, Schnabel ha detto questa settimana che "un prematuro irrigidimento della politica monetaria in risposta a un aumento temporaneo dell'inflazione potrebbe soffocare la ripresa", mentre la presidente Bce Christine Lagarde ha posto l'attenzione sui prezzi 'core' deboli.

Robert Holzmann, governatore della banca centrale austriaca, sembra avere la visione più radicale, sostenendo che le pressioni sui prezzi potrebbero dimostrarsi più persistenti di quanto si ritenga al momento, con la Bce che di conseguenza potrebbe dare una stretta alla politica monetaria prima del previsto.

E SE SI SBAGLIASSERO?

La Bce storicamente ha avuto difficoltà nel prevedere l'inflazione, avendo sopravvalutato più volte le pressioni sui prezzi nel corso dell'ultimo decennio, dopo averle sottovalutate tra il 2009 e il 2011.

I modelli economici dell'istituto, come altri, estrapolano il futuro in base al passato, il che implica che un decennio di inflazione troppo bassa potrebbe portarli a prevedere che i prezzi continueranno a ristagnare.

Per questo motivo, i banchieri centrali stanno monitorando ogni segnale che indichi una trasmissione dell'improvviso picco dei prezzi ai salari e alle aspettative di consumatori e imprese, dando vita potenzialmente a una spirale inflazionistica - in pratica, qualsiasi elemento che mini la narrativa della "gobba".

NESSUNA PROVA DEFINITIVA

Finora, non ci sono prove definitive che ciò stia avvenendo.

Da un lato, i consumatori tedeschi prevedono un'inflazione al 3,6% nel corso dei prossimi 12 mesi, ai massimi da quando la Bundesbank ha avviato la serie nel 2019.

Inoltre, si notano diffuse segnalazioni di mancanza di personale, specie in ristoranti e bar.

D'altro canto, i consumatori sembrano riluttanti a spendere i risparmi accumulati durante i lockdown innescati dal Covid-19, e la crescita dei salari è rimasta modesta.

La mossa iniziale dei sindacati tedeschi, per un aumento del 5% per la paga degli impiegati dei governi regionali, è inferiore al 6% chiesto al giro precedente nel 2019 - e alla fine gli aumenti in Germania sono ben inferiori alle richieste iniziali.

In base ai dati pubblicati oggi da Eurostat, i salari nella zona euro sono calati dello 0,4% nel secondo trimestre dopo un aumento del 2,1% nel primo trimestre.

Questa incertezza spiega perché la Bce ha rinviato a dicembre ogni decisione sul futuro del programma di stimolo.

"Saremo molto attenti alle trattative autunnali che normalmente si svolgono in alcuni paesi", ha detto Lagarde la scorsa settimana. "Ma in questo momento, non prevediamo che questi aumenti salariali ... saranno particolarmente forti".

(Tradotto a Danzica da Enrico Sciacovelli, in Redazione a Roma Antonella Cinelli)

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