Bebe Vio: "Prima di Tokyo ho perso 10 chili. A fine match vomitavo e svenivo di nascosto"

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- (Photo: AFP Contributor via AFP via Getty Images)
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“Sono testarda, più che dura. Per questo resisto a tutto”: campionessa nello sport e nella vita, così Bebe Vio si racconta sulle pagine del Corriere della Sera, dalla vita privata all’ultima esperienza sportiva ai Giochi paralimpici di Tokyo 2020.

“Sono appena tornata da un giro bellissimo con un gruppo di amici alle Eolie. Ero lì, abbiamo visto Vulcano, ho detto: cavoli, saliamo su! E il giorno dopo siamo saliti anche a Stromboli. Ci siamo fatti dodici chilometri per andare su! Vuoi vedere i miei piedi? Distrutti. Te li mostro in una foto sul telefonino. Piedi tecnologici. Materiali speciali. Rovinati. Un disastro. Lo vedi il carbonio che ha bucato la plastica dura e esce fuori? Ho preferito non mettere le scarpe e farmi la salita scalza. Ero consapevole che mi sarei ferita, sapevo che facendo quello sforzo sarei arrivata su con i monconi completamente rotti però salire era talmente bello!”

Una salita sembrano essere state anche le Paralimpiadi di Tokyo 2020 dove Bebe Vio ha conquistato un oro nel fioretto individuale e un argento Fioretto a squadre, nonostante le difficoltà. “Se qualche settimana fa mi avessero detto “A Tokyo vincerai due medaglie” mi sarei messa a ridere”, aveva scritto in un post dopo le vittore confessando che nei mesi precedenti una brutta infezione aveva messo in pericolo non solo la sua partecipazione ai Giochi paralimpici, ma la sua stessa vita. I medici le aveva prospettato l’ipotesi di una nuova amputazione (del braccio sinistro) nel caso in cui l’infezione da stafilococco aureo fosse arrivata all’osso. Oggi al Corriere confessa:

“Questa volta pareva davvero impossibile. Mancavano pochi giorni, avevo perso dieci chili, il braccio con cui tiro era magro magro, svenivo e vomitavo. Così sono arrivata ai Giochi di Tokyo. Svenivo e vomitavo”.

A chi le domanda se sia successo anche in gara risponde:

“Anche. Una gara di scherma è composta da alcuni match la mattina, altri al pomeriggio. Faticosissimi. Il mio corpo proprio non era in grado di reggerli, fisicamente. Durante un match l’adrenalina è talmente alta che non senti dolori ma appena finivo il match mi prendevano per la collottola del giubbetto elettrico e mi portavano via perché svenivo. Non potevamo far vedere che stavo male in gara. È uno sport di combattimento, non puoi dire al tuo avversario che stai male. Vomitavo e svenivo”.

Bebe Vio racconta che più volte il medico della nazionale è andato da lei per dirle ‘basta, per me è finita qua’, il suo gomito era gonfio, lei non stava bene. Eppure non ha mollato, cercando di non far preoccupare troppo i suoi genitori.

“Mamma e papà andavano ogni due secondi dai miei allenatori a chiedere come stessi e loro dovevano fingere perché io non avrei mai interrotto la gara e se loro avessero saputo tutto mi avrebbero bloccata subito”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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