Bene il compromesso Merkel. Ma la Ue deve risolvere la contraddizione Orban

Michele Valensise
·Diplomatico
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German Chancellor Angela Merkel and Hungarian Prime Minister Viktor Orban address the media at the Chancellery in Berlin, Germany, February 10, 2020. REUTERS/Hannibal Hanschke (Photo: Hannibal Hanschke / Reuters)
German Chancellor Angela Merkel and Hungarian Prime Minister Viktor Orban address the media at the Chancellery in Berlin, Germany, February 10, 2020. REUTERS/Hannibal Hanschke (Photo: Hannibal Hanschke / Reuters)

Dopo le fatiche e le tensioni anche emotive degli ultimi giorni, Angela Merkel è tornata a casa con la soddisfazione di aver evitato una spaccatura dell’Ue e di aver spianato la strada all’attivazione del Next Generation EU. Il semestre di presidenza tedesca dell’Unione europea non poteva chiudersi con un insuccesso dopo le grandi aspettative suscitate con le decisioni di luglio. Né la Cancelliera poteva veder fallire i suoi estenuanti sforzi personali di mediazione con Polonia e Ungheria sulla questione del rispetto dei diritti e della condizionalità nell’erogazione dei fondi, uno scacco avrebbe incrinato seriamente la sua immagine di leader forte.

Eppure non era scontato che il Consiglio europeo di venerdì arrivasse a una conclusione condivisa. Da mesi Morawiecki e Orban avevano messo sul tavolo carte spregiudicate e insidiose per la tenuta del sistema europeo, e per i loro stessi interessi, e non apparivano disposti a concedere molto per una soluzione consensuale. Qualche rigidità sussisteva anche nel campo dei frugali (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia). C’è voluta la pazienza e il peso di Merkel per cucire, attraverso la dichiarazione politica adottata alla fine, una formula di compromesso che consentisse di mantenere il punto di principio ed evitare strappi. Allora tutti contenti? Sì, ma fino a un certo punto.

La dichiarazione richiama opportunamente i valori del rispetto dello Stato di diritto (art. 2 Tue) e la procedura prevista in caso di violazione (art. 7 Tue). Il che viene incontro alla sensibilità dei Paesi più preoccupati per la “democrazia illiberale” propugnata a Budapest e Varsavia. Poi si evocano le identità nazionali degli Stati membri nelle loro strutture politiche e costituzionali e i princìpi di obiettività e non-discriminazione (art. 4 Tue), con un bilanciamento volto a rassicurare Polonia e Ungheria....

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.