Benedetta Barzini all'Huffpost: "Vendita toglie dignità a Versace e a un Made in Italy che non esiste più"

Giuseppe Fantasia

"La vendita di Versace? Mi dispiace molto, anche perché la collaborazione o la partnership sono sempre un vantaggio, mentre invece la vendita è sempre una sconfitta". A parlare così all'HuffPost è Benedetta Barzini, 75 anni, musa, modella, femminista, insegnante, giornalista o tutte queste cose insieme, volto della prima copertina italiana di Vogue (nel 1965), un'identità divenuta simbolo di imperfezione e della sua grandezza oltre che dell'anticonformismo, amica intima di Andy Warhol e Salvador Dalì negli anni sessanta, una bellissima ragazza, oggi splendida donna, scoperta per caso mentre passeggiava per le vie di Roma.

"La vendita di Versace toglie dignità a Versace e a un made in Italy che non esiste più", aggiunge. "Tutto è fatto altrove e non c'è più neanche quel talento che ha dato origine alla nostra moda che ci ha fatto conoscere nel mondo"... "Lo stesso problema del lavoro nero in Italia, analizzato nel lungo articolo pubblicato sul New York Times è una vera e propria battaglia persa da tempo, è endemica nel nostro Paese, perché quel problema c'è in ogni settore, non solo nella moda".

Signora Barzini, perché secondo lei sta succedendo questo nella moda?

"La vendita di Versace, come quella di altri marchi italiani prima di questo, dimostrano una cosa strana che è propria del mondo della moda".

Ci spieghi meglio.

La decima sinfonia di Beethoven è stata composta una sola volta e basta, è stata rappresentata un'infinità di volte – questo sì – ma non è stata mai riscritta. Nella moda, invece, nessuno ha il coraggio di chiudere e c'è questo continuo e disperato bisogno di andare avanti ad oltranza.

Cosa si rischia?

Che si vendano marchi prestigiosi come i nostri a cinesi o ad americani, ma alla fine si finisce col vendere una cosa che non ha più un'identità culturale. Non c'è più questo collegamento con una cultura, ma prodotti assolutamente non identificabili come italiani. Fagocitare poi il talento di chi non c'è...

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