Berlinguer, il tormento e la memoria

Dal compromesso storico alla "lezione morale". Dall'allontanamento dall'Unione sovietica alla necessità di avvicinarsi alla Nato. Enrico Berlinguer, che celebriamo nel giorno del centenario dalla sua nascita, il 25 maggio 1922, è stato uno degli attori principali della storia della cosiddetta Prima repubblica italiana.

A 26 anni entra nella direzione del Pci e dopo un solo anno diventa segretario generale della Federazione dei giovani comunisti italiani. Nel 1958 è già vice segretario, sotto Togliatti, nel 1960 responsabile dell'organizzazione del partito, e nel 1972 segretario nazionale. Lo rimarrà fino alla sua morte, nel 1984, causata da un ictus durante un comizio a Padova.

"Un duro avversario, ma un uomo corretto e responsabile", lo definì Giulio Andreotti in uno dei suoi libri della serie Visti da vicino, in cui dedica un intero capitolo al segretario del partito comunista che più di tutti si prodigò nella ricerca di un compromesso, appunto, tra i valori e gli ideali del socialismo e la necessità di guidare il Paese in uno dei momenti più bui della sua storia, dopo l'attentato di Piazza Fontana e durante gli anni del terrorismo.

Lo stesso Berlinguer, in un articolo pubblicato su _Rinascita_all'indomani del colpo di stato in Cile che destituì Salvador Allende, scrisse: "È il problema delle alleanze, dunque, il problema decisivo di ogni rivoluzione e di ogni politica rivoluzionaria, ed esso è quindi quello decisivo anche per l’affermazione della via democratica".

L'eurocomunismo di Berlinguer

Da qui la sua capacità di non appiattirsi aprioristicamente su un modus operandi, quello dell'Unione sovietica, che ebbe il coraggio di condannare in occasione della repressione dell'invasione in Ungheria nel 1956 e, successivamente, dell'invasione a Praga nel 1968.

Non a caso, nel dodicesimo congresso del Pci nel 1969, tre anni prima di diventarne segretario, Berlinguer paragonò l'evento al quinto congresso, il primo dopo la Liberazione, e all'ottavo, qualche settimana dopo l'intervento sovietico in Ungheria. E in seguito, nel giugno dello stesso anno, fu il primo leader europeo a esprimere apertamente critiche nei confronti dell'Urss nel corso della Conferenza internazionale dei partiti comunisti. Leonid Breznev, al tempo capo del Partito comunista sovietico, dopo l'intervento di Berlinguer uscì indispettito dall'aula.

Mi sento più protetto sotto l’ombrello della Nato

Il primo di altri strappi, tra cui si può anche menzionare l'affermazione, a Roma, nel luglio 1975, insieme a Santiago Carrillo, alla guida del partito comunista spagnolo, che il vero socialismo si basa sul più ampio confronto tra tutte le forze politiche, socialiste, socialdemocratiche, cattoliche. Nello stesso anno il direttore della Cia William Colby confidò al Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger che vi era stata una significativa riduzione dei fondi destinati al Pci da parte del Pcus: Berlinguer, secondo la nozione dell'eurocomunismo, propendeva per una maggiore collaborazione dei partiti comunisti europei affrancandosi da quello sovietico. Fino ad arrivare a diren in un'intervista a Giampaolo Pansa del Corriere della sera: “Mi sento più protetto sotto l’ombrello della Nato”.

Il compromesso storico

Da quando, nel 1972, Berlinguer divenne segretario del Pci, avviò un processo di dialogo sempre più fitto con la Democrazia cristiana, parte di un progressivo allargamento del bacino di elettorale del Pci, grazie soprattutto alla capacità di Berlinguer di portare al suo partito voti non solo dell'elettorato tradizionale, proletari, operai e salariati, ma anche di una parte di ceto medio, a cui espressamente si rivolse: "Pur essendo necessario un approfondimento differenziato da zona a zona, la possibilità di una alleanza permanente della classe operaia con strati del ceto medio della città e della campagna è determinata da una convergenza di interessi economici e sociali che trae origine dallo sviluppo storico e dalla attuale struttura del capitalismo", scrisse nel 1973.

Alle elezioni del 20 giugno 1976, le prime in cui l’età minima del voto venne abbassata da 21 a 18 anni, il Pci ottenne il suo massimo risultato storico alle politiche, 34,4 per cento, senza tuttavia il “sorpasso” sulla Democrazia Cristiana, che prese il 38,7 per cento.

Per la prima volta si aprì dunque un tavolo di trattative per spartire le cariche delle istituzioni repubblicane, e Pietro Ingrao, prima volta nella storia per un comunista, ebbe la presidenza della Camera dei deputati. Il Pci ebbe quindi, grazie al lavoro di mediazione di Berlinguer, un peso negoaziale notevole su molte decisioni prese dal governo Andreotti.

Nel 1978 questo lavoro di mediazione culminò con il fallito tentativo del Compromesso storico, che avrebbe portato a un governo della "balena bianca" supportato per la prima volta dai comunisti. Senonché Il rapimento ad opera delle Brigate rosse di Aldo Moro, presidente della Dc e altro regista del compromesso storico, nel giorno stesso in cui si votò la fiducia per il nuovo governo, il 16 marzo rimise tutto in gioco, e la cooperazione tra i due partiti si fece sempre più rada.

La questione morale

La sfiducia di Berlinguer nei confronti del sistema partitico italiano, che non si risolse mai tuttavia in un disimpegno, si può riassumere in un'intervista del 1981 a Eugenio Scalfari:

«I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.

La lezione di etica, correttezza, rispetto e, al contempo, abilità e intuizione politica, spiegano perché la sua figura viene ricordata da tutti come uno degli esempi più lodevoli della politica italiana, a prescindere dallo schieramento. "Berlinguer è stato protagonista della vita del Paese che ha dimostrato un profondo rispetto per la costituzione e le sue regole e un'attenzione morale costantemente espressa e sollecitata", ha detto oggi in un evento commemorativo a Sassari il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. "Due aspetti inscindibili tra loro e strettamente collegati che rappresentano con un messaggio sempre attuale per la nostra Repubblica".

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