"Berrettini nell'élite ma non accostiamolo alla Santissima Trinità del tennis"

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Serbia's Novak Djokovic (L) greets Italy's Matteo Berrettini after winning their men's singles final match on the thirteenth day of the 2021 Wimbledon Championships at The All England Tennis Club in Wimbledon, southwest London, on July 11, 2021. - RESTRICTED TO EDITORIAL USE (Photo by Adrian DENNIS / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE (Photo by ADRIAN DENNIS/AFP via Getty Images) (Photo: ADRIAN DENNIS via Getty Images)
Serbia's Novak Djokovic (L) greets Italy's Matteo Berrettini after winning their men's singles final match on the thirteenth day of the 2021 Wimbledon Championships at The All England Tennis Club in Wimbledon, southwest London, on July 11, 2021. - RESTRICTED TO EDITORIAL USE (Photo by Adrian DENNIS / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE (Photo by ADRIAN DENNIS/AFP via Getty Images) (Photo: ADRIAN DENNIS via Getty Images)

Marco Imarisio, hai scritto a caldo sul Corriere che la dittatura è finita. Che la vittoria di Novak Djokovic a Wimbledon contro il nostro Berrettini è l’ultima luce delle tre stelle che hanno illuminato il tennis del terzo millennio. 60 tornei Slam equamente distribuiti.

Io parto da un altro presupposto, che si centra su questa simmetria perfetta 20/20/0. Ossia che abbiamo vissuto un’età dell’oro assolutamente irriproducibile. Come se Crujiff, Pelè, Maradona, avessero giocato tutti insieme nello stesso momento. O nel basket Michael Jordan, Bill Russell, LeBron James. Ecco, Federer, Nadal e Djokovic sono una santissima trinità: tre giocatori con tratti in comune, intensità altissima, dedizione assoluta, che si sono ‘inverati’ nel tennis.

Siamo alla mistica religiosa.

È così. Quello che fanno in campo e fuori, da anni - ricordiamo che stiamo parlando di ragazzi deprivati dell’infanzia e dell’adolescenza - li trascende. Federer è convinto di rappresentare il tennis, ne studia la storia. È diventato professionista all’epoca dei cinque numeri uno, poi iniziò a mettere in fila tutti. Nole e Nadal non conoscono un’altra vita e tendono a riprodurre l’unica che hanno il più possibile, e ad alimentare la loro fame. Ci siamo dimenticati cosa c’era prima. Hanno preso un periodo sportivo e l’hanno trasformato in un’epoca. Lo hanno stravolto in nome della loro eccezione.

Sicuri che dal triumvirato, più che a una democrazia, non si passerà alla dittatura di Djokovic?

In realtà è dal 2018 che ci siamo dentro. Se Djokovic non avesse tirato una pallata contro un giudice di linea si sarebbe preso pure gli Us Open del 2020. Comunque sarà una dittatura breve. Nole è alimentato da un desiderio forte di superare gli altri due, presto lo farà e questo suo ‘tremendismo’ agonistico si esaurirà. È un Cesare che vincerà fin quando sarà cosciente di non poter raggiungere un punto più alto. D’altronde non può continuare a questi livelli per molto. Hai mai visto qualcosa di simile a Djokovic? Un atleta che ha così tanto margine sugli altri. Domenica ha battuto Berrettini giocando una partita discreta, ha vinto Wimbledon in pantofole sorseggiando il prosecco.

Addirittura.

Sì, e qui entriamo nel problema del dopo. Perché essere stati dentro l’epoca d’oro comporta un pericolo sulla nostra percezione. Prendiamo la ricerca del nostro predestinato. Questa primavera ci siamo concentrati su Sinner, poi su Musetti, poi giustamente su Berrettini, che sta proteggendo la crescita degli altri.

Nessuno di loro sarà mai come uno del triumvirato, giusto?

Il problema è che li guardiamo con gli occhi con cui ci siamo abituati a guardare quei tre. Ci chiediamo ‘quanti Slam vinceranno?’ Io faccio solo un nome, Dominic Thiem. Ha vinto gli Us Open 2020 e gli è partita la testa, come conferma lui stesso. Dopo un solo Slam, non venti. Tsitsipas, Shapolavov, Zverev, bravissimi, fanno una fatica bestiale a vincerne uno. Quei tre invece hanno tirato giù Slam come fossero ciliegie e ci hanno fatto perdere le proporzioni. Io metterei la firma se in carriera Berrettini ne vincesse un paio.

Però hai anche scritto che la Storia la scriverà il tennis italiano.

Certo, perché d’ora in poi sarà la Storia a essere diversa. Il tennis italiano ha 2-3 giocatori che sono nel mucchio dei 20 che si giocheranno gli Slam. Ed è già moltissimo per un Paese che faceva le nottate sperando in un passaggio del secondo turno. Ma i predestinati rimangono quei tre lì. Per capirsi, Berrettini ha fatto una roba enorme. Matteo è il prototipo del giocatore moderno: con cultura internazionale, percezione di sé e dedizione assoluta. Uno che ha giocato in posti incredibili, in Grecia, sulle montagne turche. Ma non è un predestinato come non lo saranno Sinner o Musetti. Però saranno nell’élite.

Avevamo grosse speranze almeno in Sinner. Il fatto che non abbia vinto ancora una Slam conferma che non sarà un’eccezione?

Tsitsipas all’età di Sinner era come lui. Batteva un top 10 e perdeva con un 200. Ma non è un problema di Slam ancora non vinto. Adesso il tennis ha tempi di stagionatura più lenti, è più fisico. Un Becker o un Chang sono inimmaginabili. Oggi gli juniores scaldano i campioni, una volta li allenavano. La palla di Djokovic è infinitamente più pesante di una di Sinner, che è comunque un giocatore che picchia tutto quello che può picchiare. Magari non legge ancora bene la partita ma se guardi le statistiche ha il rovescio più pesante di ogni torneo, e sta crescendo anche con il diritto. Ma purtroppo non c’è paragone.

Tornati sulla terra, la crescita del tennis italiano resta innegabile. I segreti strutturali?

Grossa premessa: esiste la fortuna, certi talenti te li trovi in casa e devi stare attento a non rovinarli. Va riconosciuto però il lavoro serio della Federazione, che fino a poco tempo fa, aveva sbagliato a concentrare tutto nel decantato centro di Tirrenia. Una leggenda che non funzionava. Ora invece Tirrenia è diventata un hub a servizio degli atleti in nome di una collaborazione, anche a livello di risorse economiche, tra pubblico e privato. Un modello di cui si giovano anche estranei alla fantastica nidiata 2002-2003, gente come Mager o Sonego. Il lavoro è evidente e sotto gli occhi di tutti, e assistiamo a una crescita come è stato in Spagna o nella Svezia degli anni ’80. Non è un caso che la federazione francese dopo aver bruciato la generazione degli Tsonga abbia deciso di rimodulare e di adottare il decentramento come in Italia: stai a casa tua, ma se hai bisogno di noi, ci siamo. Poi i risultati fanno il resto, portano all’emulazione, il tennis sta tornando di moda. Anche grazie ai social.

Il presidente Binaghi prevede un sorpasso di iscritti sul calcio.

Binaghi ha il gusto dell’iperbole. Però è un bel momento che per gli appassionati corona anni magri, di sofferenze. Di “finisce qui la corsa di...”. Di seconde settimane a Wimbledon senza un italiano.

Torniamo a Wimbledon. Cos’hai provato domenica?

Intanto la mia prima memoria tennistica è proprio una finale di Wimbledon, Borg-Nastase, con i miei genitori, in un albergo della riviera romagnola, o forse marchigiana. Ricordo la tv in bianco e nero... Mi sono emozionato quando ho visto Matteo attraversare le sale del circolo e uscire sul campo. E non ho potuto non pensare a pionieri dell’erba come Andreas Seppi, giocatore serio, che si è buttato sul circuito, senza scorciatoie. A lungo il miglior italiano da quelle parti. Lo stesso tipo di giocatore internazionale come Berrettini, che va incontro al mondo e lo affronta. Moderno.

Segui i tornei di tennis, anche come inviato, ma come giornalista in genere ti occupi di altro. Cosa pensi del clima euforico di questi giorni? Di ‘Weimbledon’?

Non amo la retorica di stampo nazionalista. Dobbiamo essere fieri di Berrettini e felici della vittoria della nazionale agli Europei, in casa inglese contro gli inglesi, a Wembley, ma i problemi endemici del Paese restano e cogliere nella vittoria sportiva i segni di qualcosa d’altro è pericoloso. Ma capisco che sia inevitabile.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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