Biden ha scelto lo stesso resolute desk di Trump e Obama

Mario Sechi e Rita Lofano
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AGI - Tutti i presidenti (e soprattutto le First Lady) affrontano questo momento: l'arredamento dello Studio Ovale. Tra i vari pezzi da scegliere (moquette e relativo logo, tendaggi, quadri, divani, suppellettili, illuminazione, pezzi d'arte) c'è quello più importante, più fotografato, più utile ai fini del lavoro: la scrivania del presidente degli Stati Uniti.

Tra i sei modelli a disposizione, Joe Biden ha scelto quello che è stato usato anche da Trump e Obama. Almeno qui, siamo nella continuità. Resolute desk naturalmente è il luogo delle decisioni, Obama e Kennedy tra i democratici ne fecero un momento di storytelling fondamentale per le loro presidenze. Storica è la foto del figlio di JFK che si nasconde sotto la scrivania dello Studio Ovale mentre il padre lavora; Obama al telefono, con i piedi distesi sulla scrivania (e magari anche con le scarpe con la suola bucata, come si fece fotografare durante la campagna per le primarie e come si conviene nelle narrazioni dei presidenti-pop) sono un'altra istantanea del potere in progress.

Sulle pareti della Casa Bianca, nelle sale della villa, sono già state appese le foto della vigilia e del giuramento. Happy Days, poi arriveranno anche i momenti difficili. La scrivania è il luogo dei meeting con i consiglieri più stretti, c'è nelle raccolte fotografiche degli archivi nazionali un Gerald Ford che si consulta con il giovane Dick Cheney e il suo mentore, il navigatissimo Donald Rumsfeld, amato dai giornalisti per la sua ironia e disponibilità. C'è Richard Nixon che alla scrivania ascolta i consigli di Henry Kissinger sulla Cina e naturalmente la crisi in Vietnam, una guerra da chiudere. C'è la storia che parla anche negli oggetti dello Studio Ovale.

Resolute desk, insieme all'Air Force One, è uno dei simboli chiave di una presidenza e alla fine di ogni mandato, diventa un pezzo da museo, entra a far parte delle librerie presidenziali.

Mentre firma gli ordini esecutivi, alle spalle di Biden si vede insieme alle foto di famiglia il busto di Cesar Chavez che non è un parente del rivoluzionario venezuelano, ma un sindacalista americano, attivista per i diritti degli ispanici. Una scelta precisa, tutto ha una ragione nell'iconografia della Casa Bianca. Trump usò i dipinti del generale Andrew Jackson, leggendario presidente nemico dell'establishment che per molti osservatori politici era un populista precursore del trumpismo, non a caso un grande politologo come Walter Russell Mead su Foreign Affairs tracciò un ritratto del nuovo jacksonismo trumpiano.

E ovviamente, se stanno così le cose, allora è logico che Joe Biden abbia provveduto a sostituire immediatamente il dipinto di Jackson con quello di Benjamin Franklin. Via il generale, parte l'omaggio dem alla scienza. Tutto ha un significato, dunque nello Studio Ovale ci sono anche il ritratto di Thomas Jefferson e dell'ex segretario al Tesoro Alexander Hamilton, che per giunta furono rivali.

È rimasto al suo posto il busto di Martin Luther King, oltre a quello dell'attivista Rosa Parks e della First Lady Eleanor Roosevelt. Lo Studio Ovale è una foto di famiglia allargata, è la storia dei presidenti che fanno (e disfano) la politica americana.