Biden-Xi, utile bla bla per riscrivere l'equilibrio mondiale

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US Vice President Joe Biden and Chinese President Xi Jinping toast during a State Luncheon for China hosted by US Secretary of State John Kerry on September 25, 2015 at the Department of State in Washington, DC.              AFP PHOTO/PAUL J. RICHARDS        (Photo credit should read PAUL J. RICHARDS/AFP via Getty Images) (Photo: PAUL J. RICHARDS via Getty Images)
US Vice President Joe Biden and Chinese President Xi Jinping toast during a State Luncheon for China hosted by US Secretary of State John Kerry on September 25, 2015 at the Department of State in Washington, DC. AFP PHOTO/PAUL J. RICHARDS (Photo credit should read PAUL J. RICHARDS/AFP via Getty Images) (Photo: PAUL J. RICHARDS via Getty Images)

Il plenum del Partito comunista cinese, dall’8 all’11 novembre, non ha ricevuto attenzione dai media, distratti da più pressanti eventi. Si è invece trattato di un importante momento di politica internazionale perché, preparando il cruciale Congresso del partito nel 2022, i dirigenti cinesi hanno investito il presidente Xi Jinping di uno storico mandato. Il plenum, nell’ortodossa liturgia dei partiti comunisti, un tempo familiare dal Cremlino in Unione Sovietica alle Botteghe Oscure, sede del PCI italiano, sancisce l’agenda dei prossimi anni, obbligando milioni di quadri a seguirla in modo pedissequo e relegando nell’ombra della dissidenza chiunque obietti. I funzionari del PCC hanno aperto una terza fase nella vita della sterminata nazione, dopo l’avvento della Rivoluzione maoista. Il primo padre della patria fu il fondatore della Repubblica popolare, Mao Zedong, che l’ha guidata dal 1949 fino alla morte, nel 1976. Dopo anni di tumulto, arriva la transizione al mercato globale, voluta dal visionario Deng Xiao Ping e dai suoi successori, databile dal 1978 al 2012, con la strage degli studenti democratici a piazza Tienanmen nel 1989 a confermare come Cina avrebbe adottato sì standard internazionali di industria e commerci, ma non il sistema democratico.

Infine, Xi Jinping, che anno dopo anno, si libera di rivali e oppositori, spesso usando la leva di campagne anticorruzione, e ora si accinge ad essere incoronato con un possibile terzo mandato da presidente. La strategia è chiara, fare della Cina una superpotenza, crearsi intorno un sistema di paesi coloniali e vassalli attraverso il programma Cintura-Strada, con Vladimir Putin come burattino a innescare crisi anti Occidente, vedi Bielorussia, Crimea, Polonia, Ucraina, potenziando nel frattempo le forze armate, ammodernando l’arsenale atomico, comprese le armi ipersoniche appena testate, lanciando una flotta d’alto mare, la prima dai tempi dell’ammiraglio imperiale Zheng He nel XV secolo, sottraendo agli americani il controllo delle rotte di navigazione, dal Golfo Persico al Mar Cinese Meridionale, dove passano due terzi delle merci mondiali. La pressione esercitata su Taiwan, l’isola erede del rivale di Mao, il leader nazionalista Chiang Kai-shek, su cui Pechino rivendica sovranità, serve per tenere tutti sul filo del rasoio, gli Stati Uniti che hanno promesso di difendere la vecchia Formosa, India, Australia, Giappone che temono l’apertura di un fronte di guerra e perciò cercano patti con Washington, dal Quad che raccoglie Usa, India, Australia e Giappone, all’Aukus, Usa, Australia e Regno Unito.

È la crescente voglia di egemonia, dall’Asia al mondo, dispiegata da Pechino a riavvicinare agli americani alleati delusi dal nazionalismo di Trump, e partner spesso diffidenti, vedi India e perfino Vietnam. Più Pechino si muove aggressivamente, più varie capitali ripensano che, dopo tutto, il vecchio Zio Sam non era poi così male.

In questo contesto si apre domani il summit virtuale tra il presidente americano Joe Biden e il presidente cinese Xi Jinping. Arriva dopo il G20 di Roma e la Cop26 di Glasgow, entrambe chiuse da compromessi senza lampi di gloria, ma almeno passi avanti non trascurabili. Xi non ha partecipato ai due incontri, per sicurezza non lascia Pechino dalla pandemia Covid-19 scatenata a Wuhan, e parla per la terza volta con il collega Usa, eletto nel 2020. L’agenda è strategica, entrambi i leader vogliono ribadire i propri intenti, chiarendo al rivale fino a che punto accettano di discutere e che cosa invece, per la nazione, è fuori da ogni possibile trattativa. La paura reciproca è che la comunicazione si intoppi, che i messaggi vengano distorti, sia Pechino che Washington hanno un “partito della guerra” interno che spinge verso un confronto aspro. Serve invece un dialogo franco, anche sui dissensi forti. L’economia e la stabilità del mondo, a lungo termine la pace stessa, sono in gioco.

In agenda dunque il clima, con una valutazione dei risultati Cop-26, dopo il comunicato congiunto Usa-Cina che, sponsorizzato dall’inviato ambientale della Casa Bianca John Kerry, ha sorpreso molti. Biden e Xi sono persuasi che la crisi sia in potenza fatale, ma sanno che la transizione verso energie pulite, sognata dagli ambientalisti alla Greta Thunberg, non sarà breve o indolore: cercheranno graduali passaggi, senza spaventare, né rendere scettiche, le loro popolazioni. C’è poi il commercio, vera, radicale, differenza con la Guerra Fredda Usa-Urss. Allora l’interscambio tra i due paesi forti era irrisorio, sia come industria che come finanza e debito, oggi i due sistemi egemoni sono avviluppati da network di affari, commerci, investimenti, logistica, interdipendenze che recidere da un giorno all’altro è impensabile. Biden chiederà il rispetto degli accordi commerciali siglati sotto Trump, ma è cauto sulla fine dei dazi, pressato, a destra e a sinistra, da parlamentari che obiettano alla repressione di Xi contro la minoranza musulmana degli Uiguri.

Altro punto di dibattito decisivo sarà la non proliferazione nucleare. Xi ritiene che l’attuale equilibrio, e i patti che lo regolano, favoriscano lo status quo americano, e intende riempire i silos di nuove testate, anche ad alta tecnologia, capaci di fare il giro del pianeta e colpire ovunque. Biden teme la corsa alle armi di Pechino, ordigni ipersonici e la scelta dello stato maggiore cinese di dotarsi di oltre 3000 testate nucleari entro il 2030, per acuire la pressione della flotta e dell’aviazione su Taiwan. L’escalation nucleare cinese parte dalle circa 200 testate di oggi, per arrivare a 700 entro il 2027 e 1000 fra nove anni, un cambio di equilibri mondiale.

La dottrina Biden considera la Cina un rivale, non ancora un nemico mortale, da controllare ma senza alienarne il vertice, convinto che una coesistenza sia ancora praticabile: muterà l’approccio Usa alla guerra atomica, restando ambiguo sulla chance di attaccare per primo un nemico che si accinga a un blitz. Xi segue una retorica di uscita dalle umiliazioni coloniali subite dalla Cina nel XIX secolo, rivendica l’unità nazionale su Taiwan e accusa di ipocrisia l’Occidente sui diritti umani, tacciando gli Uiguri di filoterrorismo.

Il vecchio premier inglese Winston Churchill, che nel bene e nel male della sua lunga vita aveva conosciuto pace e guerra, concludeva che “il bla bla diplomatico” fosse sempre preferibile a “sanguinosi conflitti”. Non disprezzate dunque il modesto vertice in digitale tra i leader del nostro tempo, un Biden che in casa vede la popolarità scemare, malgrado i pacchetti di investimenti, con le elezioni di Midterm a solo dodici mesi e la chance di cedere il Congresso ai repubblicani, uno Xi che ha ora lo stesso potere immenso di Mao, ma deve usarlo in tempi che non hanno la glaciale immutabilità della Guerra Fredda. Basta pensare a un ulteriore punto in discussione domani, la cybersecurity: ogni giorno, in milioni di nodi della rete, un pericolo invisibile, detonato da una centrale occulta, può innescare risentimenti, disinformazione, scontro, sfruttando proprio la sindrome dell’imprevedibilità che Biden e Xi vogliono scongiurare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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