Biennale Architettura 2021: urgenza, comunità e speranza

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Venezia, 20 mag. (askanews) – La prima impressione, entrando negli spazi della 17esima Biennale di Architettura, è che si uniscano, nella mostra curata da Hashim Sarkis, ma anche nelle suggestioni che si possono già intuire dai padiglioni nazionali, due parole rilevanti per il nostro tempo: urgenza e comunità. Urgenza nel senso della necessità di agire subito, a più livelli. Comunità per ricordare la struttura di base da cui è necessario ricostruire, tanto come società, quanto come istituzioni culturali. Ma dentro il progetto “How will we live together?” il curatore inserisce un altro termine decisivo.

“Tra queste due parole – ha detto Sarkis ad askanews – ce ne sta un’altra, che è speranza, ed io spero che il progetto porti questo messaggio: che ci sono delle soluzioni possibili. Attraverso la solidarietà, attraverso l’ingegno e il pensiero, attraverso le decisioni, le comunità, possiamo arrivare a modi migliori di vivere insieme”.

Entrando nelle sale del Padiglione centrale ai Giardini, così come nelle Corderie all’Arsenale, si sente la forza visionaria di molti progetti e la volontà di parlare di architettura in un modo più largo, con uno sguardo multidisciplinare, che appartiene alla visione del presidente della Biennale di Venezia, Roberto Cicutto.

“L’architettura – ci ha spiegato – è forse la disciplina che unisce di più le arti, perché le usa un po’ tutte. Usa la pittura, usa la fotografia, quest’anno userà anche la danza ed è quindi esattamente questo il senso che vogliamo dare alla Biennale, che pur mantenendo l’importanza delle mostre e dei festival che produce deve trovare il modo di offrire i contenuti che i curatori propongono in un dialogo costante per la formazione, la ricerca e l’approfondimento di temi che possono avere rilevanza nella società, ossia un modo di tradurre lo slogan che il bello e l’arte possono cambiare il mondo”.

Tra installazioni di grande impatto e ragionamenti su ciò che stiamo perdendo, come per esempio l’Antartide, tra visioni del post umano e riferimenti alle strutture create dalla natura, come gli alveari, la Biennale di Sarkis prova a riallacciare, da primo grande evento culturale globale in presenza, la relazione con la dimensione fisica delle persone.

“Questa mostra – ha aggiunto l’architetto libanese-americano – è molto esperienziale. Il bisogno di toccare, di avere un’esperienza diretta dell’architettura è stato amplificato dalla pandemia. Per questo l’esposizione prova a elevare la componente tattile dei materiali, delle esperienze, insomma la dimensione sensoriale dell’architettura”.

Una dimensione che coinvolge direttamente lo spettatore, chiamato fin dalla presenza di specchi fuori dal Padiglione centrale a considerare che noi, noi tutti, siamo anche l’oggetto della narrazione portata avanti, e non solo il soggetto esterno e osservatore. Perché tutti siamo chiamati a ragionare sulle possibilità del futuro.

“Sono certo – ha concluso Sarkis – che abbiamo imparato molto dalla pandemia, come questa lezione si trasformerà in un vero impatto sull’architettura è troppo presto per dirlo. Ma ciò che vedo è una volontà di tornare a lavorare insieme, come dimostrano le tante partecipazioni nazionali, e vedo anche il tentativo di trasformare l’architettura in un’altra dimensione del nostro vivere sociale, anche da un punto di vista politico. Perché la pandemia ci ha reso consapevoli dell’importanza dello spazio”.

La Biennale Architettura apre al pubblico da sabato 22 maggio, per diversi mesi tenterà di essere un termometro globale sul modo in cui siamo in grado di continuare a pensare noi stessi nel mondo, oggi e domani e ancora più avanti.

(Leonardo Merlini)