Biotestamento: accademici Lincei, puntare su libero arbitrio (Servizio)

(ASCA) - Roma, 12 apr - La persona, l'essere umano possessore

del libero arbitrio, malata o sana che sia, paziente su un

letto d'ospedale, in stato vegetativo, di minima coscienza o

in coma. E' intorno a lei, e solo a lei, che deve ruotare il

dibattito sul testamento biologico, e solo a lei deve essere

dedicato. E' l'invito degli accademici dei Lincei che hanno

organizzato una due giorni dedicata al biotestamento

invitando a deporre le armi ''ideologiche'' e prendersi una

pausa dalle feroci discussioni che hanno contraddistinto

l'iter parlamentare del disegno di legge sulle Dat, ancora

fermo, in terza lettura, in commissione Sanita' del Senato,

dalla prima approvazione il 26 marzo del 2009.

Come spiegato all'ASCA da Pietro Rescigno, giurista,

professore dell'Universita' degli Studi di Roma ''La

Sapienza'' e coordinatore del convegno ''Testamento biologico

e liberta' di coscienza'', il dialogo in programma ai Lincei

e' stato organizzato volutamente in un momento di

attenuazione della polemica politico-parlamentare ed e'

contraddistinto dal distacco dell'osservazione scientifica e

della proposta metodologica.

''In questo momento, si puo' riflettere in modo meno

ideologicamente orientato, abbiamo scelto questo periodo

proprio perche' piu' adatto a una meditazione tranquilla - ha

aggiunto - un discorso di tono scientifico''.

L'Accademia ''in passato ha adottato dei voti su certe

materie, sui farmaci, sulle cellule staminali, ma non ha

poteri, ne' pretese, ne' funzioni consultive'' e sul

testamento biologico ''il mio orientamento e' in senso

liberale, dunque di consentire al paziente di esprimere, in

termini di dignita', quello che e' il suo autonomo

sentire''.

Il Parlamento invece ''aveva congegnato un istituto che

non si risolveva in una protezione dell'autonomia del

soggetto, ma si affidava soprattutto al medico, la medicina,

a una superbia tecnologica che invece dovrebbe tornare

all'uomo''.

Una riflessione che ha contraddistinto anche l'intervento

di Paolo Zatti, ordinario di Diritto privato all'Universita'

di Padova: ''Chi decide oggi non e' la persona, ma la

medicina e le sue ambizioni''.

E allora, dice Zatti, ''per avvicinarsi a una pratica e a

un diritto della dignita' del morire ci deve essere come

condizione il rispetto della morte, come momento, come

conclusione della vita. La morte non e' ancora sconfitta e il

compito che si assegna all'umanita', alla medicina, e' di

contrastarla con ogni mezzo e senza demordere, conquistando

anche piccoli lembi di vita, riducendo ostinatamente di anni,

mesi, giorni o ore la zona dell'impotenza della medicina''.

Una lotta che ha in se' ''una crescente ambiguita''' per

cui la persona ''spesso diventa il terreno di una contesa

senza quartiere tra tecnologia e natura''. E il divieto di

lasciarsi e lasciare morire ''e' la promozione di un cultura

materialistica'' che porta a tre errori commessi da chi

contrasta questo diritto a lasciarsi morire: ''Quello di

oscurare la differenza tra lasciar accadere e provocare; il

non avvedersi che la morte e' ormai sempre piu' non un fatto

della natura, ma una decisione medica e il non vedere che

senza un diritto di lasciar morire si monta un'infernale

trappola in cui vengono reclusi insieme medico e paziente''.

Ma anche il medico si ritrova impotente di fronte alla

distinzione, mai risolta, tra mente e cevello. Una

distinzione su cui prova a far luce Piergiorgio Strata, del

Dipartimento di Neuroscienze Sezione di Fisiologia

dell'Universita' di Torino, affrontando il problema

mente-cervello, squisitamente condiviso da scienza e

filosofia. Dal modello di dualismo di Cartesio (secondo cui

il cervello fa parte del mondo fisico e la mente appartiene

alla metafisica) al ''monismo'' secondo cui la mente dipende

solo da eventi cerebrali.

''L'antitesi monismo-dualismo - spiega Strata - non sembra

oggi utile ad ogni riflessione, mentre nessun grado di

autonomia della mente rispetto alla materia appare

plausibile''.

Allora, nel caso del biotestamento, il nodo centrale della

discussione resta quello della coscienza, affrontato da

Giovanni Berlucchi (professore di Fisiologia al Dipartimento

di Scienze Neurologiche e della Visione della Facolta' di

Medicina e Chirurgia dell'Universita' di Verona) e Andrea

Soddu, del Coma Science Group dell'Universite' de Lie'ge.

Berlucchi riporta il dibattito sulla presenza di coscienza

che puo' essere oggi accertata ''con l'esame di attivita'

elettriche o metaboliche o circolatorie cerebrali'' che pero'

''hanno valore solo se correlate con qualche prova

indipendente di un contatto consapevole del paziente con

l'ambiente''. In questo senso bisognera' aspettare lo

sviluppo di queste tecniche ''per distinguere pazienti

coscienti e incoscienti''.

Lo stesso problema lo affronta Soddu, che propone l'uso di

tecniche di neuroimaging ''da affiancare alla valutazione

comportamentale per poter cercare di caratterizzare lo stato

dei diversi disordini di coscienza e offrire alla valutazione

ottenuta un valore prognostico''.

Uno spunto per rendere la discussione piu' fluida e meno

''definitiva'' arriva, come ricordato dall'antropologo

Francesco Remotti (Universita' di Torino), ''dai Wari'

dell'Amazzonia con la loro pratica dell'infanticidio che

dimostrano come le scelte di natura bioetica non assumono un

carattere perentorio, ma sono costantemente oggetto di

dibattito''. In questo senso ''una concezione 'dividuale'

della persona e' una premessa preziosa per mantenere la

liberta' delle scelte e conservare un grado di dubbio e di

riflessione''.

Oppure un'altra riflessione puo' essere presa in prestito

da Immanuel Kant, come fatto dal filosofo Enrico Berti

(Universita' di Padova): ''Kant dichiara di prescindere dal

considerare il suicidio come una trasgressione del dovere

verso Dio, cioe' come abbandono del posto che Dio ha affidato

all'uomo in questo mondo domandosi se l'uomo sia comunque

obbligato alla conservazione della propria vita unicamente

per il fatto di essere una persona''. In questo senso Kant

sostiene che ''l'uomo non puo' disporre liberamente di se'

come di puro strumento per un fine arbitrario perche', in

quanto soggetto morale e libero, e' un fine in se'''.

Tuttavia ''lo stesso Kant si domanda se sia lecito

sacrificare la propria vita per la difesa della patria, o per

salvare altre vite. A queste domande non da' risposte, ma

esse stesse mostrano comunque che la vita non e' il valore

supremo e che il problema e' di vedere a quali valori puo'

venire sacrificata''.

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