Il Grande Gatsby: un piccolo Luhrmann firma un film deludente [RECENSIONE]

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Se fosse un automobile, sarebbe un Suv bianco. Parcheggiato in tripla fila e senza nemmeno le quattro frecce. Se fosse un programma televisivo, sarebbe uno qualsiasi di Maria De Filippi. Se fosse un abbigliamento, sarebbe un paio di stivali da cowgirl. Indossati ad agosto, al mare. Se fosse musica, sarebbe - come in effetti è - la colonna sonora smaccatamente easy listening di Radio Deejay. E siccome è un film, è "Il Grande Gatsby" di Baz Luhrmann. Le cronache in arrivo da Cannes lo stanno dicendo da ore, noi lo diciamo ora dopo aver visto il film: il regista ardito e visionario di "Moulin Rouge" ha cercato di replicare le stesse evoluzioni del musical che lo ha sdoganato verso il grande pubblico, senza considerare che si trovava per le mani un classico, e non una storia barocca con cui fare collage juke box a colpi di canzoni celebri.

Luhrmann maneggiava un classico della letteratura e - pensando alla versione del 1974 starring Robert Redford - anche un classico del cinema. Il pubblico alla Croisette ha battuto le mani, la critica ha detto "no". Che il cast (Leonardo Di Caprio su tutti, ma ci sono anche Carey Mulligan e l'ex Spiderman Tobey Maguire) possa attirare spettatori in sala è cosa scontata, e forse non sarà necessario il passa-parola per andare in pari con le spese, volendo fare i conti della serva. Ma siccome noi stiamo qui per dare un (sindacabile, certo) giudizio sui film, eccolo: il regista australiano toppa nuovamente dopo il pessimo, melenso fogliettone "Australia" e serve ai posteri una rivisitazione del celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald che si merita null'altro che l'etichetta di "banale". Banale nel voler affrontare solo superficialmente - illustrandole in un'evidenza quasi da sussidiario - le suggestioni e le sottigliezze del racconto dello scrittore americano. Quindi, per dirla tutta e tornando al gioco del "se fosse", se fosse una scrittura in prosa, bè, il film di Luhrmann non sarebbe certo quella di Francis Scott Fitzgerald. La storia è (più o meno...) quella nota: chi narra è un aspirante scrittore di nome Nick Carraway (interpretato da Maguire) ricoverato in una casa di cura psichiatrica, e al centro di tutto c'è il suo rapporto con l'affascinante miliardario Jay Gatsby (Di Caprio), conosciuto dopo essersi trasferito dalla provincia del Midwest nella sfavillante New York degli anni Venti.

La città più trendy del pianeta nel momento in cui il benessere e il capitalismo sembravano segnare la rotta del grande Sogno Americano. In fondo, Gatsby è proprio questo: è il Sogno Americano infilato in un completo di lusso, armato di un sorriso che ipnotizza, con un passato indefinito e un futuro aperto a tutto. Tra contrabbandieri, musica jazz (ma qui le poche note jazz e le meravigliose armonie della "Rapsodia in blu" di George Gershwin vengono relegate in angusti angoli, per far invece vivere l'r'n'b, l'hip-hop e la dance più commerciali possibili, quasi senza una seria ricerca musicale) e voglia di vivere scorrono le notti, soprattutto presso le sontuose feste organizzate da Gatsby nella sua villa castello. Che si trova giusto giusto dall'altra parte del lago rispetto alla casa dove vive la cugina di Nick, Daisy (Mulligan), sposata al vulcanico e fedifrago miliardario Tom Buchanan (un ottimo Joel Edgerton, forse il migliore interprete del cast insieme a Di Caprio). L'amicizia tra Nick e Gatsby nasce proprio per questo: il segreto di Gatsby è che la donna amata da sempre, perduta per cinque anni nei quali lei si è rifatta una vita, è proprio Daisy. Gatsby vuole cancellare quel funesto periodo di lontananza, tornare indietro nel passato e ricominciare dall'addio all'amata. Cancellando Tom. Una storia, dunque, di passione, anche volendo sorvolare sulle innumerevoli sfumature letterarie a proposito dell'America del tempo storico, del senso del potere e del denaro e di tanto altro.

Ebbene, è proprio la passione a mancare in questo irritante (benché ricco) compitino, confezionato per di più in un 3D di cui non si comprende proprio la necessità. Tutto, nella narrazione e nel tratto dei personaggi appare superficiale, banalmente "pop", molto spesso kitsch. Carey Mulligan nel ruolo di Daisy non ha nulla del carisma e del fascino di una donna capace di scatenare una contesa vitale tra due uomini abituati ad avere tutto ciò che vogliono. Un solo momento del film sembra far trapelare frammenti di verità e di solidità drammaturgica, ed è proprio il confronto dialettico e caratteriale tra i due sfidanti, Buchanan e Gatsby, nel pied-à-terre newyorchese del primo. Mentre il primo rendez-vous tra Gatsby e Daisy dopo anni di distanza naufraga, dopo un primo momento di tensione, nell'innocuità. Luhrmann ci conduce tra evoluzioni aeree, carrellate temerarie, zoomate decisamente a buon mercato in un universo circense, volutamente esasperato. Forse confidando nel fatto che - nel capovolto senso estetico di oggi - il "coraggio" e l'eccesso possano essere confusi con qualcosa anche solo avvicinabile all'arte o all'eleganza. Ma il cinema non è una cintura di Dolce & Gabbana con la fibbia argentea e smisurata, e la sala cinematorgafica non è la passerella di una sfilata. Baz Luhrmann ha dichiarato a Cannes di voler lavorare a un remake di "Casablanca". Qualcuno lo fermi.

Ferruccio Gattuso

Il Grande Gatsby
Regia: Baz Luhrmann
Cast: Leonardo Di Caprio, carey Mulligan, Joel Edgerton
Distribuzione: Warner Bors. Italia
Uscita nelle sale: 16 maggio

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