La mucca pazza non ha più segreti, o quasi

Il morbo della mucca pazza potrebbe avere meno segreti. E' tutto scritto, nero su bianco, nella ricerca pubblicata su Neuron da Roberto Chiesa, ricercatore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano e dell'Istituto Telethon Dulbecco. Grazie alla collaborazione dell'Università di Milano e dello University College di Londra, infatti, è stato possibile mettere in luce il meccanismo tossico dei prioni, ossia quello che sta alla base delle gravi malattie neurodegenerative, tra cui quella comunemente definita come "morbo della mucca pazza".

Per la prima volta, proprio per merito dello studio italiano, sono emersi nuovi particolari su questi prioni, che sono versioni anomale della proteina prionica cellulare, ancora abbastanza misteriose alla maggior parte degli scienziati di tutto il mondo. "Abbiamo studiato — ha spiegato Roberto Chiesa a La Stampa — quello che succede nel cervelletto, l'area del cervello che controlla i movimenti, prima che inizi la degenerazione neuronale. Abbiamo visto che in corrispondenza dei primi deficit motori si ha un'alterazione nel rilascio di un particolare messaggero chimico cerebrale, il neurotrasmettitore glutammato. Questo perché, accumulandosi all'interno del neurone, la proteina prionica alterata ostacola il trasporto sulla superficie della cellula di un'altra proteina, coinvolta nel regolare il rilascio dei neurotrasmettitori". Insomma, questo problema di traffico è un meccanismo patologico del tutto nuovo che potrebbe essere alla base della disfunzione dei neuroni anche in altre malattie neurodegenerative. "Inoltre è un evento precoce e probabilmente reversibile e quindi potenzialmente interessante in chiave terapeutica", ha aggiunto il ricercatore. "Ripristinare il corretto trasporto dei canali per il calcio potrebbe dunque rivelarsi la chiave per evitare la degenerazione dei neuroni, ma naturalmente resta ancora molto da capire e da scoprire sui meccanismi con cui questo avviene".

Si incominciò a parlare di prioni alla fine degli anni Ottanta, in occasione dell'epidemia di encefalopatia spongiforme bovina (Bse) che dal Regno Unito si è poi diffusa in tutta Europa. Benché si conoscano da oltre trent'anni e abbiano fruttato il premio Nobel al suo scopritore, Stanley Prusiner, non è ancora chiaro quale ruolo i prioni svolgano fisiologicamente nella cellula, né con quali meccanismi portino alla morte delle cellule dei pazienti affetti da patologie come la malattia di Creutzfeldt-Jakob, ossia la variante infettiva conosciuta da tutti come "morbo della mucca pazza".

Intanto qualche giorno fa, è tornata la paura del contagio in America. Martedì 24 aprile, il ministero dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha confermato di aver rilevato un nuovo caso di encefalopatia spongiforme bovina su un capo di bestiame allevato in California. Si tratta del primo caso di Bse confermato dal 2006, ma secondo le autorità americane non dovrebbe portare particolari rischi per la catena alimentare. Il bovino colpito, infatti, era una vacca da latte e dunque le sue carni non sono adatte per essere commercializzate e consumate. Si tratta del quarto caso rilevato di mucca pazza negli Usa (il primo fu scoperto nel 2003) e adesso gli allevatori temono che possa causare una riduzione della domanda di carne nei prossimi mesi da parte dei consumatori.

"La Commissione europea non intende prendere alcuna misura particolare per quanto riguarda le importazioni dagli Usa", ha rassicurato Frederic Vincent, portavoce del commissario alla Salute, John Dalli, secondo cui la Commissione "è soddisfatta che il nuovo caso sia stato confermato nel quadro del sistema di sorveglianza continua sulla Bse negli Stati Uniti, impedendo a questo animale di entrare nel circuito alimentare". Si stima che la malattia - capace di causare una rara patologia al cervello degli esseri umani che consumano carne infetta - abbia ucciso più di duecento persone in tutto il mondo, con la maggior parte dei casi concentrata nel Regno Unito, dove il primo caso di Bse fu identificato nel 1986. Nella stessa Europa, nel 2011 sono stati individuati 28 casi, tra animali e anziani. Dalla fine degli anni Novanta, e in particolare dal 2000, l'Unione Europea ha introdotto moltissime misure sanitarie per lottare contro il morbo della mucca pazza e garantire un alto livello di sicurezza a tutti i cittadini.

Fabrizio Arnhold

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