Promemoria – La crisi nel Corno d’Africa (Prima parte)

Questo articolo fa parte di Promemoria, una speciale rubrica che trovi Solo su Yahoo!: i pezzi di Promemoria vanno a indagare le grandi notizie che per giorni o addirittura settimane sono state in prima pagina, per poi sparire nel dimenticatoio. nessuno ne parla più, ma la storia non è finita.

Questa settimana parliamo del Corno d'Africa.

Mentre poche urla all'interno di una sede di Borsa riescono a mettere in agitazione governi e comunità internazionali, il disperato richiamo d'aiuto di 13 milioni di persone sembra arrivare flebile e addirittura un po' scocciante. Il Corno d'Africa, la regione colpita da una serie di eventi naturali e politici che l'hanno messa in ginocchio in modo tragico, vive la peggiore carestia degli ultimi sessant'anni. Somalia, Etiopia, Gibuti, Eritrea e, più sotto, Kenya, si trovano in una situazione catastrofica, tra siccità, malattie, guerre, profughi e povertà. Nel luglio scorso si parlava di 10 milioni di persone colpite da siccità e carestia. Alla fine del mese la cifra toccava i 12 milioni e adesso si attesta a 13 milioni. Le Ong (organizzazioni non governative) parlano di "tragedia umanitaria" e il Papa ben due volte, dall'estate, ha chiesto una mobilitazione internazionale. Dal Corno d'Africa, 1.300 rifugiati somali al giorno entrano nel campo profughi di Dadaab, nella parte nordorientale del Kenya. L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) (agenzia dell'Onu per i rifugiati), che gestisce i tre campi di Dagahaley, Ifo e Hagadera, lancia appelli alla comunità internazionale perché intervenga con aiuti umanitari. L'afflusso di profughi è tale che l'Acnur s'è visto costretto ad assumere nuovi impiegati per la registrazione dei nuovi arrivati. I tre campi, allestiti per accogliere circa 90.000 persone, ne contenevano ad agosto 450.000. I responsabili per l'assistenza ai rifugiati, sconsolati, affermano: «Le persone che raggiungono uno dei campi profughi sono le poche che ancora hanno la forza di camminare. Molte di più sono quelle rimaste nei loro villaggi, dove non hanno nulla per vivere».

Somalia, un bambino malnutrito viene visitato a Mogadiscio. (AP Photo/Farah Abdi Warsameh)

La carestia ha colpito persone e animali, fonte di sostentamento principale. Vendere un cammello, un bue o una capra non consente di acquistare cibo sufficiente a una famiglia per un paio di giorni. E, ovviamente, le malattie fanno una rapida selezione. Si lotta contro il tempo e contro le epidemie: morbillo, diarrea, varicella, infezioni respiratorie che in Occidente si curano in pochi giorni nella zona colpiscono in modo letale. E i primi a pagare sono i bambini e le donne. Le organizzazioni sanitarie sono allo stremo e mancano medicinali in grado di coprire in modo concreto le malattie. Alla fine di luglio, l'Unicef ha calcolato che il tasso di malnutrizione nell'area è del 30%, con punte fino al 55%; che si registrano 4 decessi infantili al giorno ogni 10.000 bambini; che muoiono due persone al giorno ogni 10.000 abitanti. E siccome l'esodo verso il Kenya continua, i campi profughi sono insufficienti e la gente si ammassa anche nelle vicinanze, popolando di fatto campi che nascono dal nulla, togliendo peraltro terra e spazio per l'agricoltura. Caroline Adu Sada, coordinatore di Medici senza frontiere, che ha aperto un sesto centro sanitario nei tre campi ufficiali dice: «L'acqua viene razionata: 3 litri per persona nei campi Acnur, con una media di 48 rubinetti per ogni 20.000 persone; molto di meno, a volte mezzo litro soltanto, negli accampamenti informali. Siamo agli antipodi di quanto accade in Nord America e in Giappone, dove ogni persona consuma 3.500 litri ogni giorno, stando alle statistiche del Consiglio mondiale dell'acqua».

Dunque, laggiù manca l'acqua e un bambino può morire di morbillo, mentre qui il problema è lo spread. Domenica 17 luglio anche il papa, Benedetto XVI, al termine dell'Angelus, a Castel Gandolfo, dopo aver espresso «profonda preoccupazione per le notizie provenienti dalle regioni del Corno d'Africa, in particolare dalla Somalia, ha menzionato «innumerevoli persone che stanno fuggendo da questa tremenda carestia in cerca di cibo e di aiuti». Ha quindi auspicato che «cresca la mobilitazione internazionale per inviare tempestivamente soccorsi a questi nostri fratelli e sorelle già duramente provati, tra cui vi sono tanti bambini, e che non manchi a queste popolazioni sofferenti la nostra solidarietà e il concreto sostegno di tutte le persone di buona volontà».

Il campo profughi di Dadaab, in Kenya (Reuters)

La carestia potrebbe colpire tutto il Sud della Somalia, più o meno un territorio esteso come l'Italia. Il campo profughi di Dadaab, in Kenya è il più grande del mondo, 400.000 rifugiati, due terzi dei quali bambini). In Somalia, secondo l'Unicef, un milione e 850.000 bambini hanno bisogno d'assistenza e oltre 780.000 sono malnutriti, di cui 340.000 in modo grave e in immediato pericolo di vita. Il Sud ospita l'82% di tutti i bambini malnutriti - circa 640.000 - e il 90% di quelli malnutriti in modo grave: 310.000 a rischio di morte. Oltre la metà della popolazione somala, 3,7 milioni di persone, necessita d'assistenza umanitaria.

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Marcello Guido

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