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Agropirateria, quanto è “genuino” quello che mangiamo?

(Getty)C'è il famigerato pangasio spacciato per merluzzo o sogliola, il triplosurrogato di San Marzano cinese allungato con l'acqua o il temibile pesce ghiaccio rivenduto come prelibato bianchetto. È il rapporto 2011-2012 del movimento Fare Ambiente, presentato il 26 giugno alla Camera dei Deputati, a tentare di fare il punto sul complesso puzzle delle frodi agroalimentari in Italia. Il punto di partenza è che, con l'8,4% del Pil, il 12,6% degli occupati e 120 miliardi di euro di fatturato il comparto è cruciale per il Paese. Il passaggio di mezzo è che l'azione delle forze dell'ordine s'è intensificata: solo il Nas dei Carabinieri ha fatto registrare nel 2011 un +15% di controlli con 38mila ispezioni mentre i militari antifrode del Nac hanno sequestrato 12mila tonnellate di falsi Doc e 115 milioni di euro di beni, conti correnti e valori frutto dell'illegalità. La considerazione finale è che c'è ancora molto da fare per scalzare l'agrotarocco, che va anzi fiorendo all'estero: il fenomeno ha infatti avuto una rinnovata visibilità e un aumento delle denunce nell'ultimo triennio proprio grazie al lavoro congiunto di Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, Ispettorato ministeriale e Capitaneria di Porto.

Come mangiare sano e far bene al pianeta

La Top-Ten dei prodotti agroalimentari sequestrati nel 2011 fra agropirateria pura e contraffazione.
(dati Nac, Nuclei Antifrodi Carabinieri)

Olio (3.012,970 tonnellate)
Vino (596,242 t)
Prodotti ortofrutticoli (239, 921 t)
Salumi (36,199 t)
Mais Ogm (28 t)
Prodotti di gastronomia (11,916 t)
Prodotti lattiero-caseari (11,282 t)
Prodotti ittici (487,40 Kg)
Paste alimentari (837,56 Kg)
Altro (3.194,584 t)


"La partita dell'agropirateria è fondamentale soprattutto in tempi di crisi — ha detto Paolo Russo, presidente della commissione Agricoltura della Camera — non si cresce nel mondo se non si difendono i prodotti agroalimentari. Da qualche anno a questa parte l'Italia è all'avanguardia per i controlli, sulla carta un modello. Ma il fronte estero rischia di essere incontrollabile. Dobbiamo lavorare, oltre che reprimendo, anche sulla consapevolezza: facendo conoscere, agli italiani ma soprattutto agli stranieri (l'export agricolo è il 9% di quello complessivo, ndr), la qualità dei nostri prodotti. Questa è la strada maestra". Non solo casi emblematici come gli olii deodoratilampanti (cioè combustibili) proposti come extra-vergine d'oliva o tonni pinne gialle taroccati come i più pregiati rossi. Scavando nelle 140 pagine dell'impressionante rapporto Fare Ambiente, e nei dati dei vari nuclei delle forze armate che si occupano di tutela agroalimentare, spunta di tutto: i funghi porcini secchi made in China, enigmatiche tagliatelle aromatizzate al vino, la mozzarella di bufala Dop contraffatta,zuccheraggioannacquamento di vini Doc, additiviogm non dichiarati anche nelle sementi e nei mangimi per gli allevamenti, muffeparassitiscadenze allungate, pessime conservazioni fino alla chicca dei polpi indocinesi piazzati come prelibatezze mediterranee e scovati con la celebre operazione Octopus della Capitaneria di Porto, lo scorso Natale. Insomma, un autentico sottobosco degli orrori in cui si mixano confusamente taroccamenti, mancata tracciabilità, adulterazione, alterazioni e sofisticazioni: sembrano la stessa cosa, sono strade diverse per lucrare su quello che ci finisce nel piatto. E nel sangue.

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"Quest'anno abbiamo introdotto delle novità al rapporto — ha concluso Anna Zollo, coordinatrice del documento e docente di Ecologia alla Sapienza di Roma — un focus sul settore della ristorazione, visto che puntiamo con convinzione a portare avanti una proposta di legge che preveda la tracciabilitàanche dei prodotto che mangiamo al ristorante e un'indagine sulla percezione che hanno iconsumatori della frode alimentare". Ebbene, nel primo caso i dati raccontano che proprio fra ristoranti, trattorie e pizzerie è stato riscontrato nell'ultimo anno il maggior numero di infrazioni (5.590controlli non conformi firmati solo dal Nas). In genere, è la ristorazione etnica a subire una valanga di denunce. Manco a dirlo, per carenze igieniche. Quanto alle paure di chi compra, invece, risulta che i prodotti che i consumatori ritengono a maggior rischio-frode siano quelli in scatola (38%), l'onnipresente olio (30%) e la carne (10%). E, un po' a sorpresa, temono molto il discount (46%) e isupermercati (28%). L'unico modo per difendersi sembra essere quello di affidarsi a un consorzio di tutela o a un marchio collettivo seguito, per il 25%, da una maggiore attenzione a quel che raccontano le lacunose etichette.
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