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Buon compleanno emoticon

Smile

"Qui si va a fuoco". Prendete questa frase scollegata da ogni contesto. Pensereste: a) da qualche parte c'è un incendio; b) da qualche parte fa molto caldo. Non potendo vedere la faccia, né sentire il tono della voce di chi scrive (o le urla), le due interpretazioni sono ugualmente probabili. Se la frase fosse invece scritta così: "Qui si va a fuoco :-)", nessuno avrebbe dubbi sul senso. E questo è il motivo per cui sono nati i primi due emoticon: per evitare che qualcuno chiamasse i pompieri inutilmente. " :-)" stava per " sto scherzando" e " :-(" avrebbe dovuto significare " sono serio", anche se ben presto cominciò ad essere usato per sottolineare dispiacere e rabbia.

50 loghi che non vedrete mai. Guarda le immagini.

Il papà di questi simboli è niente meno che un esperto di intelligenza artificiale: l'ingegnere elettronico e informatico Scott Fahlman, allora (e ancora) alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh.

Le emoticon anche diventare gioielli. Guarda le foto.

La sua versione della storia la racconta Fahlman in persona sul Web, per rispondere alle migliaia di persone che continuavano a rivolgergli la stessa domanda: " Sì, sono l'inventore degli smile scritti di traverso (qualche volta chiamati emoticon), comunemente usati nelle e-mail, nelle chat e nei post dei newsgroup. O, almeno, sono uno degli inventori".

Erano gli inizia degli anni 80, e i membri della community di Computer Science alla Carnegie Mellon erano sempre attaccati alla bboards (bulletin boards online), una piattaforma interdipartimentale per ricercatori, una sorta di precursore dei social network moderni, con cui gli scienziati e gli studenti potevano comunicare velocemente. Per esempio: " Ho trovato un anello al quinto piano. Di chi è?". Normalmente vi si discutevano complesse teorie, scoperte, idee, ma si parlava anche di politica, del parcheggio o delle impostazioni della tastiera. " In ordine crescente di pathos", scrive Fahlman.

In questo tipo di comunicazione immediata, l'unico grande problema era il sarcasmo. " È accaduto almeno una volta che un'affermazione ironica sia stata interpretata come un allarme", racconta lo scienziato. Un po' per scherzo, alcuni membri della community, tra cui Fahlman, proposero allora di creare un semplice codice, per far capire a tutti quando si stava semplicemente scherzando. Seguirono varie proposte, tra cui " :-)".

Un simbolo vincente: si diffuse automaticamente tra il gruppo e da qui ai gruppi di altre università attraverso i primi network. In pochi mesi, di emoticon ve ne erano già a dozzine, tra cui quelli del Papa, di Abraham Lincoln e di Babbo Natale.

Le prove della sua paternità, Fahlman le aveva cancellate. " Allora non mi sembrava un grande affare". Così, tra il 2001 e il 2002, Mike Jones di Microsoft organizzò una campagna archeologica trai i backup per ritrovare il vecchio scambio di messaggi, ma l'impresa fu infruttuosa.

Andò meglio a Howard Wactlar, Bob Cosgrove, David Livingston e Jeff Baird dello staff dell'Università, che trovarono il file originale e riuscirono a decodificare l'antico formato. Il messaggio recitava:

" Propongo la seguente sequenza di caratteri per le affermazioni scherzose. Leggetelo di traverso".

Un'impresa che il riconoscente Fahlman chiama Digital Coelacanth Project (dal celacanto, un pesce considerato un fossile vivente).

Quanti emoticon esistono? Nel 1993 O'Reilly & Associates ha pubblicato un dizionario, Smileys, di 93 pagine, di David Sanderson, che aveva raccolto negli anni oltre 650 faccette. Poco dopo, l'astronomo James Marshall (allora all'Università del Maryland) era già arrivato a raccoglierne ben oltre 2mila nel suo dizionario online. Oggi gli emoticon si sono evoluti, sono ovunque e vengono considerati Ascii art (una forma di espressione in cui le immagini vengono riprodotte usando i segni elettronici). Di tutto questo, in tasca a Fahlman non è arrivato un dollaro.

In risposta a tutte le pretese di paternità millantate da chiunque abbia scarabocchiato una faccetta sorridente da qualche parte (più o meno tutti, nei secoli dei secoli), lo scienziato precisa che il punto, qui, non è lo smile, ma il suo primo impiego in un messaggio online. E, sarcastico, riporta uno stralcio di un'intervista allo scrittore russo Vladimir Nabokov (l'autore di Lolita, 1955). Al giornalista che gli chiedeva come si sarebbe classificato tra gli autori moderni, Nabokov aveva risposto:

"Spesso penso che dovrebbe esistere uno speciale carattere tipografico per un sorriso — una specie di segno concavo, una parentesi tonda supina con cui mi piacerebbe rispondere ora alla sua domanda".

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