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Cosa hanno in comune Martini, Englaro e Welby

La camera ardente di Martini (LaPresse)martiniIl rifiuto dell'accanimento terapeutico e una morte senza sofferenze. Questo chiedeva il cardinale Carlo Maria Martini, secondo la lettera che la nipote Giulia Facchini ha inviato ai quotidiani dopo i funerali dello zio.

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Richieste che sono state rispettate, ma che fanno subito pensare ai casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Per quale motivo?

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Il cardinale era affetto da tempo dal morbo di Parkinson e recentemente le sue condizioni si erano aggravate. Carlo Maria Martini, racconta il suo neurologo Gianni Pezzoli su Repubblica, non era più in grado di deglutire nulla e aveva deciso di rifiutare qualsiasi ausilio che non fosse la terapia parenterale idratante (niente alimentazione artificiale o sondini nasogastrici).

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Quando si stava approssimando la morte, il cardinale ha chiesto di essere sedato e addormentato da un medico palliativista, così da essere accompagnato verso il decesso senza sofferenze. In sostanza, Martini aveva espresso le sue volontà di fine vita quando era ancora cosciente, scegliendo consapevolmente di rifiutare ulteriori terapie ed essere lasciato morire.

Ed ecco che entrano in causa i casi Welby ed Englaro. Piergiorgio Welby era malato di distrofia muscolare progressiva, una patologia che porta all'ineluttabile atrofizzazione dei muscoli. Quando la sua situazione si aggrava e perde coscienza, gli viene praticata contro la sua volontà una tracheostomia (un foro nella trachea) che lo costringe a vivere attaccato a un respiratore. Welby racconta la sua storia in un blog e dopo anni chiede che qualcuno gli stacchi il respiratore e lo lasci morire. Dopo mesi di polemiche e di ricorsi in tribunale, nel dicembre 2006 il medico anestesista Mario Riccio esegue la procedura e lascia morire Welby. Riccio, inizialmente accusato di omicidio di consenziente, poi viene scagionato da ogni accusa: il paziente rifiutava semplicemente un trattamento a cui era stato sottoposto, diritto sancito dalla Costituzione italiana.

Storia ben diversa è quella di Eluana Englaro, giovane che in seguito a un incidente automobilistico è rimasta in stato vegetativo persistente per 17 anni. Non essendoci alcuna possibilità di ripresa, il padre della ragazza, Beppino Englaro, cerca di ottenere per anni il rispetto delle sue volontà: Eluana non sarebbe mai voluta vivere in quel modo, lo aveva espresso chiaramente in una situazione analoga riguardante un suo amico. Englaro chiedeva quindi ai giudici di sospendere l'unica cosa che teneva in vita la figlia, idratazione e alimentazione artificiale. Dopo la ricostruzione delle volontà della ragazza e la determinazione della situazione non reversibile, la Corte d'Appello di Milano nel luglio 2008 acconsente alla procedura. Ma sarà solo a febbraio 2009, tra aspre polemiche, che a Eluana Englaro saranno sospese alimentazione e idratazione. La giovane morirà pochi giorni dopo, creando un precedente sul rifiuto di cibo e acqua somministrati artificialmente.

Cosa ha in comune il cardinale Carlo Maria Martini con Welby ed Englaro, allora? Si è trattato di un paziente cosciente che ha rifiutato trattamenti che sarebbero stati inutili per la sua condizione, esprimendo chiaramente (e prima di non esserne più in grado) le proprie volontà. Un testamento biologico espresso verbalmente (ma spesso anche sotto gli occhi dei media) che è stato rispettato da medici e familiari senza il ricorso a un giudice. Un evento che accade tutti i giorni negli ospedali italiani. Si può pensare quindi a un caso esemplare, in cui nulla è andato per il verso sbagliato (da un lato le decisioni di Welby non erano state rispettate, dall'altro la Englaro non le aveva espresse nero su bianco). Un caso che torna a focalizzare l'attenzione sulle dichiarazioni di fine vita e sul dibattito che in Italia ancora non è giunto a un punto, dopo la proposta di legge dello scorso anno e le iniziative dei comuni (ultimo il sindaco di Milano Giuliano Pisapia). E nel frattempo resta il principio che paradossalmente tutti i metodi sono validi per esprimere le proprie volontà, ma, se qualcuno si oppone, nessuno lo è fino alla sentenza dei tribunali, ci raccontava il giurista Amedeo Santosuosso.

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Ecco un glossario per comprendere tutti i termini chiave delle tre vicende

Accanimento terapeutico. Secondo il Codice di deontologia medica, l'accanimento terapeutico viene definito come "ostinazione in trattamenti da cui non i possa fondatamente attendere un beneficio per il malato o un miglioramento della qualità di vita". Le cure, in questo caso, sarebbero sproporzionate rispetto ai benefici conseguenti. La polemica sull'accanimento terapeutico si concentra sulla sfumata differenza tra questo e l'eutanasia passiva nel rifiuto delle cure da parte di un paziente.

Consenso informato. Il consenso informato, enunciato nel Codice di deontologia medica, si fonda sul diritto al rifiuto delle cure da parte del paziente, garantito dall'articolo 32 della Costituzione italiana ("Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge"). Ogni medico, prima di intervenire su un paziente, quindi, deve informarlo sulla natura della terapia, sui rischi e i benefici, e potrà procedere esclusivamente con il suo benestare. La morte avverrà pochi giorni dopo.

Eutanasia. L'eutanasia o "buona morte" (dal greco eu, bene e thànatos, morte) indica il semplice decesso senza sofferenze. Con l'avanzare dei progressi medici e tecnologici si è arrivati a considerarlo un atto o un'omissione che causi direttamente o acceleri la morte di una persona che stia soffrendo senza rimedio. Eutanasia attiva. Si tratta di un atto volontario, come la somministrazione di un farmaco letale, che ponga fine alla vita di un malato che stia soffrendo in modo rapido e indolore. Eutanasia passiva. Si tratta di una sospensione o di un'astensione da parte di un medico dal mettere in pratica un intervento terapeutico con lo scopo di accelerare o causare la morte di una paziente in grave sofferenza. Nel caso in cui si tratti di persona capace di intendere e di volere che richieda l'interruzione di un trattamento salvavita, sarebbe più corretto parlare di sospensione della terapia.

Rifiuto delle cure. È l'applicazione in concreto del diritto sancito dall'articolo 32 della Costituzione italiana ("Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge") e ha come presupposto su una corretta informazione, da parte del medico, sulle terapie che sta per praticare.

Suicidio assistito. Si riferisce all'atto con cui un malato si dà la morte in modo rapido e indolore grazie all'aiuto di un medico o di un'altra persona che, sotto esplicita richiesta del paziente, fornisce i farmaci necessari e ne consiglia modalità di assunzione e dose. Il medico, in questo caso, non compie alcun atto diretto nello spegnere la vita del paziente.

Testamento biologico. È un documento, redatto da una persona nel pieno delle sue facoltà, che indica quali trattamenti desidera o non desidera subire nel momento in cui non sarà più in grado di esprimere il proprio consenso o dissenso informato. Si tratta di un'estensione del concetto di consenso informato, ampliato al caso in cui una persona non sia più capace di intendere e di volere.

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