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Il patrimonio archeologico sconosciuto vale un punto del Pil

Pompei (Kikapress)Illegalità, abusivismo, carenza di fondi, agricoltura e infrastrutture, scavi clandestini. Tutto questo ruba all'Italia un punto percentuale di Pil, per la mancata tutela o scoperta del patrimonio archeologico che ci ha reso famosi nel mondo. "I beni archeologici presenti sul nostro territorio mediamente sono conosciuti solo per il 10% e quindi rischiano la distruzione da lavori agricoli, urbanizzazione, scavi clandestini e fenomeni naturali", spiega Marcello Guaitoli, ricercatore dell'Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr), che ne ha parlato a Roma al Convegno I beni che perdiamo. "La perdita del patrimonio culturale vale un punto percentuale del Pil, ma il valore culturale resta incalcolabile. Se adeguatamente conosciuto, conservato e tutelato, tale bene sarebbe una fonte inesauribile di reddito, in grado di muovere un indotto notevole in numerosi settori".

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"Subiamo ancora la 'cultura' anni '60, quando chi costruiva aveva il terrore dei Beni culturali e se trovava reperti archeologici durante la costruzione di una casa poteva nasconderli per proseguire indisturbato - spiega Patrizia Tartara, ricercatrice Ibam-Cnr. Oggi questa realtà è più limitata, ma rappresenta ancora un rischio. Anche le attività registrate, non abusive, spesso scontano la mancanza di controlli da parte degli assistenti di scavo. Chi sta costruendo un'autostrada o una ferrovia magari semplicemente ignora di causare danni. L'ispettore del Ministero ha un assistente per i sopralluoghi, ma a lui possono mancare banalmente i soldi per la benzina e, se non li mette di suo, non può fare controlli. È chiaro", continua Tartara, "che la casetta abusiva fatta in periferia è ancora più a rischio, l'abusivismo cancella tutto, perché nessuno lo sa".

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Un esempio: la zona di Collazia a Roma era stata studiata 30 anni fa con un lavoro di cartografia che evidenziava enormi punti rossi a segnalare la presenza di beni archeologici. Con i dati alla mano, oggi ci si accorge di cosa è spuntato sopra. Ora la zona è all'80% grigia, c'è stato costruito sopra, e le evidenze archeologiche rosse non si sa dove sono finite.

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Il nemico principale del nostro patrimonio archeologico è comunque l'agricoltura, perché non essendoci abbastanza dati disponibili — sempre per lo stesso problema legato ai finanziamenti - l'aratura dei campi trita la superficie fino a un metro e venti. Pioggia e dilavamento fanno scorrere il terreno finché la successiva opera di aratura cancella tutto. Su alcuni terreni ci sono prescrizioni per cui si deve arare non più di 20 centimetri in profondità, ma i contadini semplicemente non lo sanno e in genere in buona fede non si accorgono del danno fatto.

Tra gli altri problemi, ci sono gli "scavi clandestini, fenomeno che con crisi si è acutizzato — prosegue Tartara -. Questi beni finiscono alle aste straniere e non si conosce neppure l'ampiezza del fenomeno". La reazione politica alla crisi economica, inoltre, e in particolare il taglio dei fondi per i Comuni, ha portato ad esempio l'Abruzzo a moltissime concessioni per cave di ghiaia. In questo modo il Comune fa cassa, in un momento difficile, ma senza controllare prima la presenza di beni archeologici. "Visto dall'alto l'Abruzzo adesso è tutta una macchia bianca, stanno rovinando il territorio e quello che noi possiamo fare è una corsa contro il tempo per segnalarlo e recuperare un poco almeno dalle necropoli".

Urbanizzazione, infrastrutture, enti industriali, ferrovie. "Qui il problema è che andrebbe conosciuto il territorio prima fare la progettazione. Oggi si corre dietro al progetto per arginare i danni o recuperare dati distrutti. Ma uno studio che preceda l'inizio dei lavori potrebbe valutare dove sono gli 'ingombri'. In questo modo il cantiere si eviterebbe i costi legati agli inevitabili stop ai lavori.

Il Convegno di Roma ha fornito i dati emersi da un'indagine scientifica condotta quest'anno dal Sistema informativo territoriale Sit. Si è rilevato ad esempio che le ricchezze archeologiche non censite in Lazio e Puglia vanno da un minimo del 67% a Taranto a un massimo del 94% a Neviano, Lecce, a dimostrazione che il nostro suolo è uno scrigno di reperti quasi totalmente sconosciuti. In Lazio, nell'area a nord-ovest di Roma, sono stati rintracciati 3.183 siti, il 55% dei quali prima sconosciuti. Molti luoghi di interesse, citati in fonti scritte, sono oggi scomparsi. Un esempio per tutti la via Prenestina, dove solo 245 su 856 presenze archeologiche rilevate nel 1970 sono scampate alle opere di urbanizzazione.

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