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Ilva, come si bonifica un’acciaieria

Ilva di TarantoMentre la Procura della Repubblica di Taranto ha notificato una nuova direttiva all'Ilva intimandola di avviare entro questo giovedì lo stop degli impianti sequestrati, ci vorrà sicuramente molto più tempo per mettere in sicurezza l'impianto e il territorio cirostante.

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Difficile quantificare i costi e i tempi. Forse si riuscirà a rientrare nei 336 milioni stanziati, ma sicuramente non basteranno pochi anni per concludere le necessarie procedure di bonifica.

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Anzi, secondo gli esperti, probabilmente i lavori non finiranno prima di cinque anni. Di certo, sarà un lavoro tutt'altro che banale, soprattutto considerando le caratteristiche particolari del territorio e il tempo di esposizione dell'ambiente ai contaminati.

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"I processi di bonifica sono numerosi e complessi. Nel caso di un'acciaeria ci troviamo dinanzi a contaminanti prevalentemente inorganici, quindi metalli pesanti, che richiedono interventi mirati sul suolo, sul sottosuolo e sulle acque sotterranee", spiega Laura D'Aprile, responsabile del Settore Siti Contaminati dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). "Non esiste un procedimento - precisa - universalmente valido per tutti siti. Non si può infatti generalizzare, ma occorre una valutazione caso per caso". Per l'Ilva, per esempio, è indispensabile nei processi di bonifica riuscire a mantenere l'utilizzo produttivo del sito e allo stesso tempo iniziare le operazioni in un lasso di tempo brevissimo.

"Ci sono tre tipi di intervento possibili, che non si escludono a vicenda, e soprattutto che vanno valutati in base alle esigenze di ogni singola area", spiega D'Aprile. Il primo tipo di intervento, sicuramente il più asuspicabile, è quello in situ. "Questo intervento - sottolinea l'esperta - non comporta scavi o rimozione di acque sotterranee ma prevede soluzioni applicabili direttamente sull'area di interesse. E' decisamente la prima opzione, quella più vantaggiosa perché evita di allargare l'area di intevento e monitoraggio". Per bonificare un'acciaieria in situ si valutano trattamenti di tipo chimico-fisico o biologico. "Nel primo caso - spiega D'Aprile - si sfruttano reagenti fisici-chimici per tentare di ridurre le concentrazioni di contaminanti, nel caso dell'acciaieria di metalli pesanti. I trattamenti biologici, invece, prevedono l'utilizzo di microrganismi, come batteri. Nel caso dei metalli pesanti i batteri possono sviluppare caratteristiche di tossicità, quindi il loto utilizzo andrebbe valutato seriamente. In altre situazioni invece i batteri si sono rivelati molto utili".

Il secondo tipo d'intervento comporta invece lo scavo e lo smaltimento in discarica. "Non è l'opzione più congeniale - sottolinea l'esperta - perchè prevede lo scavo e lo spostamento in un altro sito di terreno e acqua contaminati. Questo tipo di intervento, pur tagliando i tempi di bonifica delle aree interessate, non è altrettanto efficace nel lungo termine. Innanzitutto bisogna trovare un sito in cui creare un impianto di discarica, poi si devono eseguire una serie di controlli che possono durare diversi decenni". Sarebbe un po' come spostare, anche se in modo controllato, il problema da un luogo a un altro. "Per un paese come il nostro - aggiunge D'Aprile - non è facile riuscire a trovare un sito idoneo a ospitare detriti contaminati".

Il terzo e ultimo tipo di intervento è quello dell'interruzione dei percorsi di esposizione per l'uomo. "Quando non si può intervenire sulla matrice ambientale - dice l'esperta - o quando il rischio per l'uomo è elevato e immediato, è prevista la realizzazione di pavimentazioni e coperture idonee. In questo modo si possono porre delle barriere fisiche tra i contaminanti e i lavoratori. E quando il sito situato in vicinanza di  un'area abitata, una copertura efficace può anche serivire da protezione per i residenti". Anche se può sembrare come nascondere il problema sotto un tappeto, interrompere le vie d'esposizione rimane un'opzione valida anche e soprattutto per i siti in attività.

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