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Perché il cielo è blu? L'ha scoperto lui

(Fotolia)È una domanda a cui molti avevano tentato di rispondere. Secondo alcuni filosofi siriani era a causa della "miscela dell'oscurità della notte con la luce delle particelle di polvere nell'aria illuminata dal Sole".

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Per Leonardo da Vinci era, invece, dovuto a minuscole gocce d'acqua nell'atmosfera che si illuminavano alla luce del Sole. Anche Isaac Newton disse la sua, e lo stesso fece James Clerck Maxwell. Ma fu un altro il primo a intuire e spiegare scientificamente perché il cielo è blu. E quest'altro è John Tyndall, fisico irlandese nato il 2 agosto 1820.

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Tyndall, amico di Michael Faraday e a conoscenza della Teoria di Maxwell della luce quale onda elettromagnetica, scoprì che il colore del cielo dipende dall'interazione di queste onde con leparticelle presenti nell'atmosfera, e varia in funzione della lunghezza delle onde. In parole più semplici, capì che il cielo è azzurro perché la luce blu ha una lunghezza d'onda breve e quindi viene diffusa maggiormente dalle particelle rispetto alla luce rossa o a quella verde.

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Questa scoperta non riusciva certo a spiegare completamente il fenomeno, tanto che lo stesso Tyndall scrisse che: "il colore blu del cielo e la polarizzazione della sua luce secondo l'opinione delle nostre più eminenti autorità nel campo, rappresentano i due più grandi enigmi irrisolti della meteorologia". Tuttavia, è stato proprio partendo dalla sua geniale intuizione che altri fisici suoi contemporanei o successori, come John William Strutt Rayleigh Gustav Mie, hanno potuto poi portare a termine l'impresa di rispondere alla domanda millenaria.

Autodidatta per la maggior parte della vita, Tyndall compensò l'assenza di un'istruzione formale seguendo conferenze e lezioni e studiando per conto suo matematicaingegneriachimicafisica. Da disegnatore e ingegnere diventò professore di scuola superiore e finalmente, nel 1848, riuscì a entrare all'Università di Marburgo in Germania, dove appena due anni dopo si laureò in fisica. La smodata curiosità che lo aveva caratterizzato in gioventù non si spense una volta diventato accademico, al contrario gli consentì di spaziare nelle sue ricerche e dedicarsi con successo agli studi più disparati: da quelli sui cristalli alle ricerche sul diamagnetismo, dalla luce al suono, dal calore ai ghiacciai. Mise a punto un prototipo di maschera antigas e di gastroscopio, e inventò i cosiddetti tubi di luce progenitori della fibra ottica.

Memore della sete di conoscenza della sua giovinezza e delle difficoltà incontrate nel soddisfarla, John intraprese anche la carriera di narratore di scienza: tutto quello che studiava lo raccontava in libri non diretti a specialisti ma al grande pubblico, di cui lui aveva fatto parte e di cui ancora si sentiva membro. A decretare la fine del suo contributo alla scienza e alla sua divulgazione fu la giovane moglie:accidentalmente lo avvelenò con un'overdose di idrato di cloralio, che lo scienziato usava come sonnifero.

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