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Se lo streaming impatta più del cd

streamingQuando pensi al concetto di streaming le immagini che ti vengono in mente sono eteree, impalpabili: i megabyte corrono attraverso i cavi di rete, si traducono in immagini e suoni e lì svaniscono.

Impatto zero è anche riciclare. Ecco qualche idea originale.

Impatto zero, altro che i cd con tutta quella plastica. Eppure l'equazione non si esaurisce in casa tua, dischi e onde sonore arrivano da posti diversi ma nessuno dei metodi per produrli è privo di conseguenze sull'ambiente.

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Anzi, il network MusicTank ha fatto un paio di calcoli ed è giunto alla conclusione checonsumare film e canzoni in streaming potrebbe lasciare più danni alle spalle rispetto all'utilizzo di supporti ottici.

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Secondo l'autore del report, Dagfinn Bach, ascoltare in streaming un album di una dozzina di tracce per 27 volte equivarrebbe, in termini di dispendio energetico, alla produzione e alla spedizione di un cd dallo stesso contenuto. Ci sono da fare un paio di precisazioni. Innanzitutto quello che Bach intende per "traccia" è un flusso audio non compresso, più grande di un mp3 di una decina di volte. In secondo luogo, 27 volte rappresentano un ascolto piuttosto intenso che per ora si discosta dall'utilizzo che facciamo (almeno in Italia) dello streaming.

Ma lo sviluppo del cloud storage porta esattamente a lasciare il più possibile online e, negli Stati Uniti, servizi come Music Unlimited che si basano completamente sulla nuvola hanno già preso piede. La riflessione quindi è valida: fatti salvi i contenuti che scarichi occasionalmente — radio, film a noleggio, podcast — ha senso interpellare dei server in Oklahoma ogni volta che vuoi ascoltarti Back in Black?

Secondo Bach, allo ritmo attuale nel 2027 il traffico globale della Rete toccherà quota 1 yottabyte: una quantità di dati spaventosa che per essere conservata e consultata richiederà un quinto di tutta l'energia elettrica che come genere umano abbiamo consumato durante il 2010.

La risposta al problema per Bach è nella cache, conservare in memoria locale i brani o i film più utilizzati per evitare gli sprechi. Spotify già lo fa, insieme con altre app e servizi intelligenti, ma il report di MusicTank è anche più radicale: la soluzione più efficiente sarebbe stoccare l'intero database musicale del mondo su singoli chip da un petabyte, criptarli e renderli disponibili a chiunque. A quel punto, per sbloccare le tracce richieste di volta in volta dagli utenti, ai provider basterebbe inviare codici di dimensioni trascurabili, con risparmio di energia considerevole.

Quest'ultimo scenario sembra impraticabile su troppi fronti, dalla disponibilità di memorie così capienti a quella delle case discografiche di metterti per le mani tutto il loro patrimonio (seppur criptato). Ma la provocazione è valida: la febbre del cloud, oltre a toglierti dalle mani il possesso dei tuoi dati, rischia di alimentare l'idea che questi viaggino gratis sulla Rete, senza conseguenze per l'ambiente.

Per capire quanto la concezione sia errata, l'ultima previsione di Bach apre gli occhi: già entro il 2013, l'utilizzo di Youtube vedrà coinvolto l'1% di tutto il consumo energetico del pianeta. Almeno per i contenuti di nostra proprietà, cerchiamo di non spingere troppo su questo acceleratore.

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