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Tutte le alternative al copyright

ActaUno dei temi più dibattuti da quando c'è Internet è di sicuro quello del diritto d'autore. Quando si parla di ciò di solito la prima e unica associazione è con il copyright, la licenza che per legge riserva tutti i diritti di sfruttamento di un'opera dell'ingegno al proprio creatore. Di che diritti parliamo? Sostanzialmente il copyright consente solo all'autore di riprodurre il proprio lavoro, creare opere derivate, distribuirlo, mostrarlo o riprodurlo in pubblico e soprattutto sfruttarlo economicamente.

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Film, musica e software nell'era digitale sono i prodotti che hanno avuto maggiori implicazioni in questo campo, per via della facilità con cui il prodotto digitale viene copiato e distribuito attraverso la rete.

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Gli operatori di questi settori da anni chiedono e richiedono la tutela dei diritti acquisiti dai rispettivi titolari regolarmente suscitando la rivolta degli utenti in un'epoca al cui centro c'è la condivisione di tutto.

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Nel 2010 però una coppia di studenti della Norwegian School of Management è riuscita a dimostrare con la propria tesi sul mondo della musica come i profitti degli artisti siano cresciuti nell'epoca del file-sharing, a fronte del crollo dei ricavi da parte delle case di distribuzione.

Secondo Rick Falkvinge di Torrentfreak la necessità del copyright è nei fatti un mito. E in effetti di licenze alternative oramai ce ne sono diverse. Sostanzialmente si tratta di licenze che proteggono il diritto d'autore consentendo al contempo l'interazione con il prodotto. Si tratta principalmente di copyleft, copyfree, Gpl, Open access e Creative commons. Senza dimenticare il pubblico dominio (che si verifica quando il copyright è assente o scaduto) e ricordando che lo stesso copyright prevede quello che va sotto il nome di fair use, ossia l'uso gratuito di opere protette da diritto d'autore per revisioni, critiche, parodie, citazioni e illustrazioni a scopo educativo.

Il copyleft consiste sostanzialmente nell'uso della legge sul copyright per consentire la copia o la modifica del prodotto distribuito. Le origini del movimento affondano nel 1975, quando uno dei contributori alla newsletter di People's Computer Company rilasciò una versione rivista di Tiny Basic per i microprocessori Intel 8080 con l'etichetta Copyleft: All Wrongs Reserved. Tutti quelli che modificarono successivamente il codice mantennero l'indicazione e l'uso prese piede.

Ancora più specifica è la licenza Gpl (Gnu general public license) ideata nel 1988 da Richard Stallman, padre del sistema operativo Gnu che si diffuse grazie al kernel Linux, con cui viene spesso scambiato. La Gpl è in sostanza l'evoluzione della Emacs General Public Licence, la prima vera licenza copyleft il cui obiettivo era trasferire il maggior numero di diritti all'utente. Nello specifico il diritto di: usare un prodotto, studiarlo, copiarlo e condividerlo con altri, modificarlo e distribuire opere derivate. In parte simile alla Gpl è la licenza Bsd (Berkeley software distribution) che prevede però la possibilità di ridistribuire un software anche in forma proprietaria, sempre attribuendo però il lavoro all'autore. La Gpl era invece stata pensata per la distribuzione del free software.

In campo letterario e scientifico è sempre più prassi comune l'Open access. Questa è una sorta di licenza pensata per rendere l'informazione scientifica accessibile gratuitamente a chiunque, pur lasciando il copyright all'autore della ricerca. Di solito i contenuti distribuiti con questa formula utilizzano la licenza Creative commons che genericamente consente di ridistribuire l'opera attribuendone la paternità all'autore. Ideata nel 2001 da Lawrence Lessig, esperto di copyright e docente di Giurisprudenza all'università di Stanford, la Cc si articola in diverse forme a seconda delle restrizioni previste e cioè: niente opere derivate, niente uso commerciale e condivisione allo stesso modo. Con oltre 5,5 milioni di licenze Cc usate nel 2010, l'Italia è il terzo paese per uso di Creative commons, ma il 38° sui 52 monitorati dalla fondazione quanto alle libertà concesse agli utenti, secondo i dati forniti a Wired.it dai responsabili italiani del progetto. Uno dei luoghi dove le licenze CC sono più usate è senz'altro Flickr, che a oggi conta oltre 241 milioni di foto licenziate in questo modo. Nonostante questo, a dieci anni dalla nascita le licenze Creative Commons non sono ancora uno standard, anche se costituiscono la principale alternativa al copyright.

Ci sono ancora altri tipi di licenze come la Free Creation, che prevede una clausola anti-Drm, la ArtLibre pensata nello specifico per tutelare l'autore di un'opera d'arte pur consentendone copia, ridistribuzione e opere derivate, o la Copyfree, che più che definire una licenza, valida quelle esistenti secondo alcuni standard che prevedono per l'utente il diritto di fare assolutamente ciò che vuole del prodotto di cui è in possesso. Standard che bocciano la Gpl come le licenze Apache, la Apple Public Source, la Microsoft Limited Public o la Mozilla Public, oltre ad alcune varianti di Cc, perché introducono restrizioni al modo in cui l'opera può essere ridistribuita o modificata.

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