Boccaccio, Beatrice e Dante. Con "L’alta fantasia" Pupi Avati mette in scena con la scrittura come in un film

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10 fiorini da consegnare ad Antonia, la figlia di Dante Alighieri, monaca a Ravenna, come risarcimento dei gravi torti subiti dal sommo poeta in vita: è questa la mission impossible che Giovanni Boccaccio affronta nel libro di Pupi Avati (L’alta fantasia, Solferino) che sarà anche un film con Sergio Castellitto protagonista. Frutto di una pluridecennale avidità di studi e passione di conoscenza per la vita dell’autore della Divina Commedia, il libro non è un saggio ma un vero e proprio romanzo che si snoda nel viaggio da Firenze, a scavallare gli appennini emiliani: un’area che il cinema di Avati ha battuto più volte.

Il regista scrittore adotta lo stesso stile di racconto delle avventure di Sherlock Holmes o del Nome della Rosa. Una personalità vicaria, in questo caso un altro grandissimo poeta (mai un poeta si occupò così tanto di un altro poeta, secondo Avati), racconta la leggenda di un uomo straordinario porgendo al lettore la propria devozione al servizio del racconto. L’impresa di Dante, raccontare il divino in presa diretta attraverso una lingua ancora in gestazione, con una sapienza metrica non meno divina, nasce in una biografia controversa e drammatica, fatta di deficit affettivi abissali (l’amore materno, il culto di Beatrice: cui Avati, forse per la prima volta, riesce a dare carattere e vita), furore di guerra e sanguinosi conflitti politici, allucinazioni oniriche: Beatrice che divora il cuore infuocato di Dante, il sogno alla base di uno dei suo primi sonetti è una immagine strepitosa che sembra uscita da un film di David Lynch, il giovane Dante che si immagina trasformato in un pavone nell’aia di un cortile, da Paradzanov. Avati sa bene che si può mettere in scena con la scrittura come con i film.

Ma la ricercatezza di questa impresa romanzesca durante la quale Boccaccio raccoglie ogni possibile testimonianza su Dante in vita generando storie che evocano flashback – la stessa tecnica di Quarto potere: un film su cui Avati possiede una erudizione non minore di quella accumulata sulla Divina commedia – sta anche e soprattutto nell’amore per quella stessa lingua, l’italiano, che Dante ha forgiato con un mix di alto e basso - come disse Pasolini - evidente nella figura ricorrente della congerie (tipica di un grande scrittore come Gadda) che produce minuti elenchi di forme ed oggetti: “un asse di fichi settembrini, un coccio di uova nella calce, quattro pagnotte di segale, una formaggetta di vaccina e in una federa da cuscino, un lardo e una mazzetta di aringhe” ( è la provvista alimentare per il viaggio di Boccaccio ), oppure lo “sfolgorio di ferri, di pavesi, di vessilli” prima della impressionante battaglia di Campaldino, o le gabbie con “galline o conigli, frattaglie, coratella, trippa, cervella che pendevano infestate da mosche dai tetti delle botteghe” di Ponte Vecchio. E’ l’amore per le parole che muove il sole e le altre stelle dei libri e della letteratura.

In questo medioevo fato di malanni inguaribili come la scabbia che affligge Boccaccio o il vaiolo che miete Beatrice, di cavalli spossati e libri preziosi, di silenzio claustrale e violenza inaudita (la moglie di Dante che assiste impotente, con i suoi bambini, allo scempio pubblico della casa dopo la condanna del marito; gli aretini che si lanciano sotto i cavalli dei fiorentini, in battaglia, per sbudellarli), Pupi Avati si muove con pietà, curiosità e tremore, misurando con precisione la distanza incolmabile tra il diapason perfetto delle rime di Dante e il dolore e gli strepiti del suo mondo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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