A Bologna si sono mangiati la sardina. Santori resta fuori squadra

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(Photo: Pacific Press via Getty Images)
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“Adesso è il momento di portare il civismo in giunta. Ora deciderà lui”. Due settimane fa dalle colonne del Resto del Carlino Mattia Santori l’aveva detto chiaro e tondo al sindaco Matteo Lepore. Un assessorato? “Chiunque ci spera, credo sia fisiologico”. Fatta la giunta, la grande balena bianca si è mangiata la sardina. Non sono bastate 2586 preferenze e il record tra i candidati del Pd per assicurare un posto di governo per Santori.

Forse Lepore non è stato convinto fino in fondo dal formidabile curriculum squadernato dal suo consigliere subito dopo il voto: “Ho 34 anni, negli ultimi 10 ho lavorato sul territorio, ho riqualificato cinque campi da basket, ho organizzato mobilitazioni da 100mila persone, concerti da 40mila. Non sono così pivello come dicono”. Fuori dalla squadra, per lui uno strapuntino: consigliere delegato alle Politiche giovanili, Grande eventi sportivi, Destinazione Turistica metropolitana e Scambi internazionali.

E d’altronde lui l’aveva detto che uno dei volani per il rilancio della città sarebbe stato un bello “stadio del frisbee”. D’altronde sulla pagina delle Sardine la sua biografia lo racconta come “insegnante di atletica, frisbee, basket”, e la prima e l’ultima disciplina sono tutto sommato ben rappresentate in città, come non puntare sul frisbee.

È stato molto criticato in città per essersi piegato alle logiche della politica, e cioè per aver capitalizzato la notorietà acquisita negli ultimi mesi spuntando una candidatura al Comune. È stato molto criticato anche per aver incassato così poco: “Ma come? - il succo del ragionamento - tutto questo casino per un posto in Consiglio?”. Santori ha reagito mettendosi a testa bassa a correre per la sua strana campagna elettorale. Una photo-opportunity con Romano Prodi, un pranzo a casa sua con il prof che sdrammatizzava, niente endorsement, ci siamo conosciuti, e lui che alludeva: “Forse sarà un caso che nel giorno del primo incontro tra me e il Professore, Luca Morisi, finisca nel registro degli indagati per cessione e detenzione di stupefacenti”. Poi il ritiro in un convento che è una specie di comune, l’eremo di Ronzano, con padre Benito, uno dei due frati che lo ha accolto, che lo ha coccolato così: “Mattia aveva bisogno di serenità e di accompagnare con la riflessione questa sua scelta, che ha un sapore evangelico”.

Tutto molto inconsueto, una via di mezzo tra lo spariglio totale delle consuetudini, un modo nuovo di fare politica (per i sostenitori), e la trasfigurazione in un meme vivente (per i detrattori). Rimane il fatto che Santori è tra i principali animatori di quelle piazze che il Pd non riusciva da tempo a riempire, quasi per caso diventato l’argine di quella marea verde leghista che minacciava la sua espansione dilagando per la via Emilia prendendosi la roccaforte storica dei rossi prima e del Pd poi. Una marea umana a proteggere quasi fisicamente uno Stefano Bonaccini che nel suo tentativo di fare il bis si trovava nei sondaggi testa a testa con la pasionaria del Carroccio Lucia Borgonzoni, e che se l’ha spuntata facendo da apripista per i successi amministrativi delle scorse settimane lo deve anche se non soprattutto alla combriccola di Santori.

Lui ha faticato a capire come capitalizzare quanto successo, un po’ di giri in televisione, una robusta dose di gaffe, altri giri in televisione, le Sardine mai strutturate veramente che esaurita la propria missione sono iniziate a sgusciare via da tutte le parti. Ma rimane anche il secondo fatto. Che piaccia o non piaccia Santori oltre a essere quello con la bandiera sopra l’argine che ha tenuto è stato anche molto prosaicamente colui che ha portato in dote più voti a un Pd che ha trionfato a Bologna al primo turno, alfiere di una coalizione-laboratorio con dentro anche i 5 stelle che ha funzionato. Il collega consigliere Max Bugani, alfiere M5s, un posto in giunta l’ha spuntato, Santori no. Malgrado i successi e i campi da basket riqualificati e i concerti organizzati, malgrado un consenso misurabile in preferenze, il metro con cui la politica misura la distribuzione del potere dalla notte dei tempi, lui nel governo della città ha messo solo un alluce di un piede con una delega roboante ma da semplice consigliere, che vuol dire tutto o non vuol dire niente.

“Conoscerete un Santori diverso da quello che avete conosciuto», ha sottolineato Lepore, perché per il sindaco “non serve un assessore al Turismo, ma un presidente della Destinazione turistica metropolitana”, qualunque cosa significhi. Lo stesso Lepore che ha distribuito altre due mini deleghe ad altri consiglieri-non-assessori, una alla Famiglia e disabilità, l’altra ai Diritti e benessere degli animali.

Se è rimasto deluso non lo ha dato a vedere, con il consueto buonumore che, almeno quello, non gli si può negare: “Una bella avventura questo doppio ruolo da consigliere e amministratore”. Ha già detto di avere. In mente piani per le infrastrutture sportive, evitando accuratamente di citare il frisbee che non poche ironie gli aveva procurato, sul fronte turistico le idee non sono ancora chiarissime: “Quello a cui punterò sarà un turismo attivo, il come arrivarci al meglio lo vedremo insieme”.

Lontani i tempi in cui definiva il Pd “tossico”, la sfida adesso è quella di “convincere le Sardine che la politica si fa dentro”. Ci proverà a novembre, quando ha convocato un ruolo nazionale per “redistribuire i compiti e allargare la leadership”. Perché, come da bio-agiografia ufficiale, “la sensazione di non fare mai abbastanza lo divora”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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