Bond oggi: Btp sull’ottovolante. Di chi la colpa e come reagire

Lorenzo Raffo
 

Inflazione in riavvio, inizio del “tapering”, gaffe della Bce (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) o paura delle urne italiane? La fase di difficoltà dei Btp, accentuatasi proprio nella prima seduta del nuovo anno, viene giustificata in maniera diversa dagli osservatori finanziari e merita una valutazione approfondita e svincolata dagli interessi di parte. 

I dati sono chiari

La debolezza dei governativi non è solo italiana, anzi interessa quasi tutto il contesto dell’area euro. Dal 15 dicembre scorso l’yield del decennale tedesco è passato dallo 0,30 allo 0,46% (+53%), quello dell’Oat francese dallo 0,63% allo 0,82% (+30%), mentre l’olandese è rimbalzato – sempre come rendimento – dallo 0,40 allo 0,56% (+40%), l’irlandese dallo 0,51 allo 0,71% (+39%) e infine lo spagnolo si è limitato a salire dall’1,46 all’1,61% (+10%), avendo già subito in precedenza l’impatto da tentativo di secessione catalana. E il Btp? Nello stesso periodo l’yield è cresciuto dall’1,81 al 2,09% (+15%), ma è pur vero che nella fase anteriore aveva registrato un calo delle quotazioni. I numeri evidenziano quindi le cause della debolezza: il problema è generalizzato e non trova origine nei rischi politici di casa nostra.

Le figuracce della Bce

Inevitabile come la neve in inverno, una bella botta l’ha invece impressa la dichiarazione di un membro del Board della Bce, il transalpino Benoit Coeuré, che ha lasciato intendere come il QE potrebbe terminare già a settembre e non essere rinnovato. Ciò ha risvegliato i timori di un rialzo dei tassi più vicino di quanto non si creda e lasciato intendere come l’accoppiata Germania-Francia voglia forse imporre un passo diverso a un Draghi prossimo all’addio dalla Banca centrale europea. Una bella gaffe, probabilmente voluta, e che il mercato ha recepito male, riportando alla memoria la fase alquanto delicata avvenuta oltre Oceano in pre-inizio “tapering”, quando il peso delle parole non veniva adeguatamente calcolato dai membri della Fed e poi amplificato dai mercati.

E’ il tempo di agire

Ieri questi ultimi sono stati molto chiari nella reazione. Hanno venduto i Btp a lunga scadenza, quelli con “duration” esasperate, e si sono collocati su Btp Italia e Cct. Scelta giusta? Mica tanto, se si considera la correzione esagerata sui tassi fissi e la tenuta di quotazione di “inflation” e tassi variabili. Che non muovono poiché l’inflazione resta bassa (0,90% in Italia novembre 2017 su novembre 2016) e l’Euribor rimane cadaverico. Mancando segnali da entrambi i fronti, lo “switch” ha valore per gli istituzionali, obbligati in tal senso, ma meno per i piccoli e medi investitori, ai quali conviene piuttosto vendere i tassi fissi – soprattutto se governativi – e restare liquidi per qualche mese o passare su Etf relativi ai corporate variabili, agli inflation mondo (scesi su livelli grafici interessanti) oppure – per chi sia più dinamico – agli strutturati “short”, sebbene con i pochi sottostanti disponibili, evitando però le versioni a leva, troppo rischiose di fronte a quella che si prospetta una fase probabilmente assai volatile dei mercati. Il vero pericolo infatti è che gaffe, timori di “tapering” e quant’altro abbiano effetti solo di breve periodo, alimentando reazioni difficili da governare. Il 2018 è comunque iniziato proprio come ci si attendeva: all’insegna cioè della massima incertezza. 

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