Borsellino:denuncia famiglia 'LoForte gli nascose archiviazione dossier mafia-appalti'/Adnkronos (3)

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(Adnkronos) – L'avvocato Trizzino ha chiesto, quindi, nell'udienza di oggi, "l'acquisizione del documento in cui i giudici Francesco Messineo, Renato Di Natale, Francesco Paolo Giordano danno conto e ragione di tutte le vicende che hanno riguardato le indagini fatte a Caltanissetta in relazione alla gestione del dossier mafia e appalti". "Inoltre le vicende connesse a 'mafia e appalti' sono state di una complessità tale che per riuscire a barcamenarsi… altro che un semplice esame – dice il legale – bisognerebbe aprire un processo a parte". "Di processi sulla strage di via D'Amelio ne sono stati fatti cinque. E sembra quasi che l'importanza del filone mafia e appalti non sia mai stato sviscerato nei precedenti procedimenti, ma non è cosi. Nella sentenza del processo 'Borsellino ter', cui si richiama la sentenza quater, da un ampio spaccato dell'importanza ai fini del movente dell'eventuale accelerazione della strage di via D'Amelio"."Questo tema di prove è come un oceano che si apre di fronte a noi – dice ancora l'avvocato Fabio Trizzino – Anche queste parti civili, che vorrebbero approfondito questo aspetto, ma riteniamo che ci siano due avvenimenti che dovrebbero portare a una rilettura di quegli avvenimenti, ma non in questa sede. E sto parlando delle dichiarazioni tardive di Massimo Russo e Alessandra Camassa in cui Borsellino definì il suo ufficio un 'nido di vipere'".

"Il secondo elemento di novità è la desecretazione degli atti del Csm al seguito dei quali vennero sentiti i pm che si ribellarono al Procuratore Giammanco che ci parlarono di una riunione in cui Borsellino chiese a Guido Lo Forte degli approfondimenti e Lo Forte gli nascose che il 13 aveva firmato una archiviazione". Oggi era anche prevista la deposizione dell'ex Procuratore aggiunto Antonio Ingroia, ma ha fatto sapere di essere all'estero fino al prossimo 10 dicembre, e dunque, è saltata la sua audizione, chiesta dalla Procura di Palermo. E', invece, venuto l'avvocato Luigi Li Gotti, il primo legale del falso pentito Vincenzo Scarantino. Rispondendo alle domande dell'avvocato Giuseppe Panepinto, che difende il poliziotto Mario Bo, ha ripercorso i due interrogatori dell'ex picciotto della Guadagna che ha accusato falsamente diverse persone della strage di via D'Amelio, tutte condannate all'ergastolo, salvo poi ritrattare.

"Ricordo che Vincenzo Scarantino era un fiume in piena durante gli interrogatori, parlava ad una velocità incredibile e senza pause, non c'erano quasi domande. Erano pochissime", ha detto Li Gotti. Era il giugno del 1994. E durante una pausa caffè, Scarantino disse al suo legale, che ha difeso Scarantino per soli tre mesi che lo Stato gli avrebbe promesso la somma di 400 milioni di vecchie lire. "Mi disse anche che gli fu promesso che sarebbe uscito dal carcere – racconta Li Gotti – e io, con molta pazienza, esaurii il mio dovere e dissi a Scarantino che erano tutte frottole, perché ciò che poteva avere dallo Stato era previsto dalla legge e che si scordasse la promessa di 400 milioni di lire. E gli spiegai degli altri collaboratori, sia sul trattamento sanzionatorio". Li Gotti ha anche ricordato che in quel periodo, nel 1994, il periodo del dopo stragi, "c'era diffidenza sui legali che difendevano i collaboratori di giustizia. "Durò solo sei mesi la difesa di Scarantino. Nell'autunno del 1994 Li Gotti abbandonò la difesa del falso pentito.

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