Borsellino, la lezione ai ragazzi: "Lavorare perché lo Stato diventi più credibile"'

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di Rossella Guadagnini "In un tempio della cultura qual è la scuola, non si può non parlare di quella che io chiamo la cultura della legalità, una cosa che probabilmente a scuola s'insegna molto poco, sulla quale ci si sofferma molto poco, ma che mi sembra estremamente importante". Queste le parole del giudice Paolo Borsellino nel corso di una lezione tenuta agli studenti di un liceo di Bassano del Grappa nel 1989, ora raccolte in un volume "Cosa nostra spiegata ai ragazzi", edito da PaperFirst, che verrà presentato stasera sul palco di via d'Amelio, in occasione della commemorazione per i 27 anni dalla strage, dal fratello del magistrato ucciso, Salvatore Borsellino, e dal giornalista del "Fatto Quotidiano", Marco Lillo. "Che cosa intendo per cultura della legalità? Intendo sapere e recepire appieno cosa sono le leggi e perché devono essere osservate -prosegue il testo della 'lezione' di Paolo Borsellino- Le leggi sono dei comandi, dei divieti che dà lo Stato, che normalmente prescrivono o vietano certe attività, che normalmente sono accompagnate dalla cosiddetta sanzione (...). Se io, nonostante lo Stato mi impedisca di uccidere, uccido il mio prossimo, lo Stato mi punisce". "E' chiaro che quanto più queste leggi vengono osservate, quanto più si ritiene che le leggi siano giuste, cioè quanto più il cittadino tende ad identificarsi con l'istituzione che queste leggi promana, tanto più quindi il cittadino si sente partecipe, parte integrante dello Stato". Dato che quando invece "per una qualsiasi ragione, comincia a ritenersi estraneo a queste istituzioni, tanto meno osserverà i comandi che da questa istituzione promanano, e allora ci vorranno sanzioni più forti, più carabinieri...".  "Perché la vera risoluzione sta nell'indagare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni (...), perché solo questa è la via che, con il passare degli anni, ci porterà a non avere più questa pericolosissima forma di criminalità, (che consiste ndr.) proprio in questo, nel confondersi e nello stravolgere il senso vero delle istituzioni statuali".

di Rossella Guadagnini "In un tempio della cultura qual è la scuola, non si può non parlare di quella che io chiamo la cultura della legalità, una cosa che probabilmente a scuola s'insegna molto poco, sulla quale ci si sofferma molto poco, ma che mi sembra estremamente importante". Queste le parole del giudice Paolo Borsellino nel corso di una lezione tenuta agli studenti di un liceo di Bassano del Grappa nel 1989, ora raccolte in un volume "Cosa nostra spiegata ai ragazzi", edito da PaperFirst, che verrà presentato stasera sul palco di via d'Amelio, in occasione della commemorazione per i 27 anni dalla strage, dal fratello del magistrato ucciso, Salvatore Borsellino, e dal giornalista del "Fatto Quotidiano", Marco Lillo. 

"Che cosa intendo per cultura della legalità? Intendo sapere e recepire appieno cosa sono le leggi e perché devono essere osservate -prosegue il testo della 'lezione' di Paolo Borsellino- Le leggi sono dei comandi, dei divieti che dà lo Stato, che normalmente prescrivono o vietano certe attività, che normalmente sono accompagnate dalla cosiddetta sanzione (...). Se io, nonostante lo Stato mi impedisca di uccidere, uccido il mio prossimo, lo Stato mi punisce". 

"E' chiaro che quanto più queste leggi vengono osservate, quanto più si ritiene che le leggi siano giuste, cioè quanto più il cittadino tende ad identificarsi con l'istituzione che queste leggi promana, tanto più quindi il cittadino si sente partecipe, parte integrante dello Stato". Dato che quando invece "per una qualsiasi ragione, comincia a ritenersi estraneo a queste istituzioni, tanto meno osserverà i comandi che da questa istituzione promanano, e allora ci vorranno sanzioni più forti, più carabinieri...".  

"Perché la vera risoluzione sta nell'indagare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni (...), perché solo questa è la via che, con il passare degli anni, ci porterà a non avere più questa pericolosissima forma di criminalità, (che consiste ndr.) proprio in questo, nel confondersi e nello stravolgere il senso vero delle istituzioni statuali".