Borsellino nel racconto delle figlie nel libro di Melati

Image from askanews web site
Image from askanews web site

Roma, 19 lug. (askanews) - Fiammetta Borsellino scelse un anniversario tondo per rompere la liturgia consolatoria dei cerimoniali, affermando che fare memoria significa esclusivamente pretendere la verità e non limitarsi a commemorare. Era il 19 luglio del 2017, nel venticinquesimo anniversario della strage di via D'Amelio, quando la figlia di Paolo Borsellino irruppe sulla scena pubblica per denunciare quella che il sostituto procuratore generale della Cassazione Pietro Gaeta non ha esitato a definire 'una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana'.

Fiammetta, Lucia e Manfredi Borsellino hanno deciso di affidare parte delle proprie memorie dolorose dei trent'anni trascorsi dall'assassinio del padre al giornalista (L'Ora e poi La Repubblica) e scrittore palermitano Piero Melati, che in Sicilia ha vissuto e raccontato in prima linea lo stravolgimento democratico del terrorismo di stampo politico mafioso degli anni Ottanta e Novanta. Dal loro incontro è nato il libro Paolo Borsellino. Per amore della verità (Sperling & Kupfer, 240 pagine, 19.90 euro) che colma il vuoto nella ricostruzione del contesto della morte violenta del giudice e di una stagione di transizione politica, economica e criminale ancora oscura dell'Italia. Melati è qui intervistato dal giornalista e scrittore Gabriele Santoro.

Melati fa i nomi e i cognomi, pone domande a lungo taciute, allarga il campo di analisi oltre la sola prospettiva giudiziaria e intreccia i fatti dal finto rapimento del bancarottiere Michele Sindona in Sicilia alle grandi raffinerie di eroina aperte nell'Isola fino agli omicidi eccellenti. L'autore traccia il percorso delle omissioni del CSM, le responsabilità degli investigatori e della magistratura nei processi sulla strage. Se il più grave depistaggio della storia repubblicana è servito a far scadere i tempi della giustizia, è ancora possibile una verità storica.

In che cosa consiste l'attualità della lezione di Borsellino? 'Disse il consigliere Antonino Caponnetto: 'Non ho mai conosciuto un uomo più umano e giusto di Paolo e non lo conoscerò sicuramente mai'. Dal punto di vista dell'umanità e del coraggio, Borsellino giganteggia. Non so quali altri esempi si possano trovare. Una persona che va lucidamente alla morte per oltre cinquanta giorni. Visse la fine con profondo tormento e cupezza, ma insieme ad atti pubblici decisivi continuò a dare messaggi di amore ai figli e alle persone'.

Era un eroe? 'Come suggerì il filosofo siciliano Gorgia da Lentini, a proposito degli eroi della guerra del Peloponneso del suo tempo, era un uomo concreto che ha accettato la situazione in cui si trovò e seppe agire come le circostanze richiedevano. Per questo non ne deve essere perduta la memoria'.

Perché i figli del magistrato diserteranno le cerimonie per l'anniversario? 'Il modo errato di fare memoria lascia incagliate le questioni storiche. In assenza di verità e giustizia l'apparato retorico ufficiale inaugurato dopo le stragi del 1992 non è più sostenibile. La morte di un parente corrisponde a una mutilazione. La loro asprezza non è legata soltanto al depistaggio, ma all'assenza di riconoscimento. Nessuno, a cominciare dai magistrati coinvolti nelle indagini successive alla strage, si è mai presentato da loro per parlare di quanto è successo. Nessuno ha cercato un chiarimento. Dallo Stato non è arrivata nessuna scusa. Allora a che cosa serve la moneta celebrativa con la foto di Gentile che ritrae Falcone e Borsellino?'.

Che cosa intende Fiammetta, quando descrive il clima da stato di assedio che ha circondato la famiglia per trent'anni? 'Era stato creato un cordone di protezione e controllo da parte delle stesse istituzioni. Alla moglie Agnese era consigliato di pensare ai bambini. Cominciò a parlare solo negli ultimi anni di vita. I tre figli di Borsellino, dopo una faticosa battaglia durata tre decenni, si sono conquistati solo negli ultimi anni il pieno diritto alla parola. E ora rivendicano il ripristino di una verità storica come un patrimonio irrinunciabile dell'intera collettività nazionale'.

La volontà di accerchiamento era collegata al depistaggio? 'Mentre procedeva l'inchiesta, guidata impropriamente dai servizi segreti, l'interesse delle autorità era che la signora Agnese e i figli non turbassero il castello che si stava costruendo magari allarmando con dichiarazioni controcorrente l'opinione pubblica'.

Che effetto fa la dicitura 'Borsellino quater'? 'Possiamo dire, a trent'anni dalla strage di via D'Amelio, che anche il caso Borsellino è stato stropicciato e manomesso all'inverosimile. E tutto è stato camuffato alla luce del sole, al fine di nascondere l'evidenza'.

Che cosa determinò la strage di via D'Amelio? 'È stata compiuta per destabilizzare e dunque risulta a livello processuale ancora più ingarbugliata con depistaggi ormai acclarati per non far emergere ciò che è stato. Non ci possiamo spiegare ancora l'accelerazione verso l'attentato che poi produsse la distruzione di Cosa nostra. Era una fase di passaggio verso la Seconda Repubblica, ma rimanevano vivi gli interessi del vecchio regime e della mafia. Cosa nostra sognava di entrare definitivamente nel sistema economico del Paese e a mettersi di traverso c'era Paolo Borsellino'.

In che modo? 'Nei 57 giorni che distanziarono le due stragi seguiva la pista dei soldi come i famigliari presumono. Dobbiamo dirci che morto Borsellino, forse proprio per questo, quella pista non è stata più seguita. Cosa nostra voleva impedire che si scoperchiasse il pentolone della mafia impresa'.

Verso quale direzione guardavano Falcone e Borsellino oltre al dossier Mafia&Appalti? 'All'ingresso della mafia nella piramide ufficiale dell'economica mondiale, tramite l'aggancio di volti puliti, presentabili, al di sopra di ogni sospetto, che potessero rappresentarne gli interessi. La mafia poteva offrire gli enormi capitali accumulati grazie al traffico internazionale di droga. Le nuove immense masse di denaro dovevano essere riciclate'.

Qual era il sistema? 'Le imprese ricevevano narcodollari dalla mafia da reinvestire nell'economia pulita. Nel giugno del 1992 Borsellino parlò per la prima volta con il pentito Leonardo Messina. Quest'ultimo dice che la mafia investe denaro al fine di riciclarlo nella Calcestruzzi SPA da lui considerata nelle mani di Riina. Messina rivelò che nel consiglio di amministrazione della holding di Raul Gardini siedevano due imputati eccellenti del Maxiprocesso di Palermo, Francesco Bonura e Antonino Buscemi. La mafia esigeva un ruolo di compartecipazione nelle grandi imprese nazionali'.

Falcone, Borsellino, Cassarà, Montana, Chinnici e cento altri sono stati uccisi poiché erano insostituibili? 'Lo spiega anche Joseph Roth in un suo romanzo (La marcia di Radetzky) che parlava dell'Impero Asburgico. Qualsiasi istituzione può impiegare anni a sostituire un ottimo funzionario. Hanno assassinato Ninni Cassarà, intelligenza e anima della Squadra mobile di Palermo, e non è stato trovato nessun altro di quello spessore. Ucciderli equivaleva a incrinare la macchina della parte dello Stato che voleva funzionare'.

Lei era cronista giudiziario del giornale L'Ora e seguì tutte le udienze del Maxiprocesso. Più dei secoli di carcere inflitti all'ala militare e alla 'cupola' di Cosa nostra, lo scacco matto fu il riconoscimento con almeno trent'anni di ritardo dell'esistenza di questa organizzazione mafiosa. 'Non c'è dubbio. Questo è stato il passaggio cruciale, che ha portato allo stesso Maxiprocesso: lo stabilire che Cosa nostra esisteva e non era una semplice associazione a delinquere. Dopo tanti caduti che avevano tentato di scollinare questa altura si arrivò in vetta. Un passaggio delicato e così fondamentale che i successivi sono apparsi sempre in tono minore, se non confusi'. Che cosa accadde subito dopo? 'Borsellino denunciò lo smantellamento del pool antimafia palermitano. Dopo l'addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, a Palermo il decennio di lotte che aveva prodotto il Maxiprocesso entrò in una fase di reflusso o 'normalizzazione'. Il 19 gennaio 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura per la carica di guida dell'Ufficio Istruzione, al posto di Caponnetto, indicò per questione d'anzianità Antonino Meli, scartando la candidatura autorevole di Falcone non raramente accusato di protagonismo giudiziario'.

Nel libro affronta con Fiammetta Borsellino la scelta dell'incontro con i fratelli Graviano boss stragisti di via D'Amelio. Con quali intenzioni è avvenuto? 'Non aveva intenzione di perdonarli. Non aveva l'odio da ostentare. Non si aspettava alcun contributo alla verità. Perché l'ha fatto? Ha cercato il confronto con l'altro da lei come faceva il padre. È stato un suo bisogno di chiudere un cerchio. Hanno parlato del comune destino dei padri morti su fronti diversi. Si è trovata Filippo Graviano che dice: 'Aspetto soltanto di morire'. Dall'incontro lei è uscita rafforzata nel percorso individuale che sta compiendo'.

Qual è lo stato del rapporto tra il magistrato Nino Di Matteo e i figli di Borsellino? 'Si sono allontanati. Certamente il nuovo corso delle indagini di Caltanisetta su via D'Amelio, che ha rivelato il depistaggio delle precedenti inchieste, alle quali Di Matteo aveva collaborato dall'ottobre 1994 ha fatto da spartiacque'.

Nella propria casa la figlia Lucia conserva in primo piano una fotografia del padre insieme a Leonardo Sciascia. Che cosa li accomunava nella visione della giustizia? 'Non c'erano forse persone che più si somigliassero nella concezione dell'equità del giudizio e delle garanzie processuali'.

Che cosa li divise? 'Sciascia non capì che i giudici stessero cambiando attraverso quel fuoco e la prossimità sempre più schiacciante di Cosa nostra. Non esisteva più la possibilità di guardarla con il distacco con il quale aveva potuto scrivere Il giorno della civetta. L'unico romanzo sulla materia che resta efficace. Dovremmo ammettere l'esistenza di un paradosso che assomiglia a una ferita aperta: la differenza tra lo Sciascia che scrive Il giorno della civetta e quello dell'articolo I professionisti dell'antimafia. È la stessa persona, ma offre due visioni diverse: dobbiamo accettare la sua piena insondabilità. L'articolo era profetico in alcuni sensi, ma come ricordò Borsellino quel giorno Falcone iniziò a morire'.

Nella storia che racconta Palermo assurge quasi a personaggio. 'Borsellino era palermitano fino al midollo. Voleva cambiare la Sicilia, mai lasciarla. Portava i figli nei vicoli della Kalsa. E la città rispetto a lui e Falcone? Questo continua a essere un punto interrogativo. Richiamavano Palermo alle proprie colpe che non ci siamo voluti dire in trent'anni. Le stragi hanno assunto le sembianze di una catarsi. Liberarsi dopo il male senza riconoscerlo. E loro erano gli agnelli sacrificali di questo male'.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli