Borsino del Quirinale a un mese dal voto. Le strategie (confuse) partito per partito

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(Photo: Antonio Masiello via Getty Images)
(Photo: Antonio Masiello via Getty Images)

A un mese dall’elezione del successore di Mattarella, il borsino dei candidati assomiglia ancora molto a un gioco di fantasia. Tra vertici, incontri più o meno segreti e casuali presentazioni di libri. Ma in filigrana si individuano se non le strategie almeno gli obiettivi. Mentre si loda l’idea del “presidente condiviso”, ognuno pesa le proprie carte. Il centrodestra ha i numeri per darle, ma l’attivismo di Berlusconi e il silenzio di Draghi mettono in stallo gli altri due alleati. Il Pd respinge l’incubo del Cavaliere, si rassegnerebbe a Draghi ma spererà fino all’ultimo in un ripensamento di Mattarella che non tenda come un elastico la legislatura e il patto con i grillini. Di contorno, c’è il feeling tra Letta e Meloni in chiave di legittimazione bipolarista della leadership reciproca, versione Sandra e Raimondo della politica. “Ma loro facevano più ridere”, commenta acido Renzi, che punta a un ruolo a metà tra ago della bilancia e incursore. Ecco una mappa delle volatili geografie d’aula aggiornata a questo pomeriggio. Da cui resta escluso il partito potenzialmente più forte: quello dei franchi tiratori.

Forza Italia: c’è solo Berlusconi, almeno finché non sarà lui a cambiare cavallo. E nel caso lo farà all’ultimo istante, quando il suo pallottoliere di fiducia (metà Gianni Letta, metà istinto) gli avrà consegnato il responso definitivo. A quel punto si intesterebbe Draghi al Colle senza se e senza ma. Occhio al timing però: il premier sarebbe in campo nelle prime votazioni, l’ex premier dalla quarta. Insomma: dal presidente patriota al kingmaker della scelta che stabilizza la patria. Difficile invece che possa schierare il partito per altre personalità del centrodestra (Pera), che ne sancirebbero il fallimento personale, tantomeno per l’ex alleato Casini. Prudente l’ala azzurra governista. Altalenante l’umore dentro Fi: chi sogna insieme al Cavaliere (lui il settennato, loro la rielezione) e chi teme che l’effetto “carica dei 101” farebbe esplodere la coalizione.

Lega: per Salvini ufficialmente quello di Berlusconi è il nome più “autorevole” in campo (ed è pure permaloso), mentre Draghi sta bene dov’è visto che gli ha servito obblighi vaccinali, restrizioni covid varie, stato di emergenza e a monte il governo con il Pd. In realtà, il Capitano ha cercato di “stanare” le intenzioni del premier, e darebbe via libera al suo trasloco con un accordo che eviti le elezioni anticipate. Naturalmente ha un Piano B: sfilarsi dalla maggioranza per un ultimo spicchio di legislatura con le mani libere e il ritorno al partito di lotta tout court. E chissà cosa ne penserebbero a quel punto Giorgetti, Zaia, gli altri ministri e governatori, il “partito del Nord”.

FdI: è il partito più tiepido sull’ipotesi Berlusconi. Per Giorgia Meloni è un “patriota”, ma potrebbe averci ripensato o – vedi mai - non avere i voti. Per Crosetto i mercati vogliono Draghi come garante della stabilità. Per La Russa se Draghi vuole il Colle “è difficile che non ci riesca”. Il messaggio è inequivoco: trasloco e voto anticipato. Se poi non glielo danno (numericamente contano il giusto), pazienza: rush finale e campagna elettorale dall’opposizione. Unico intoppo: la compagnia leghista da quella parte della barricata. Piano B: un Mister X da concordare con Salvini (e forse Renzi), imporre agli altri, far deglutire a Berlusconi. Ancora meglio se donna, come Letizia Moratti.

Pd: è l’unico partito che parte direttamente dal Piano D: il bis di Mattarella chiesto a furor di popolo in conclamata assenza di uno straccio di alternativa. E pazienza se l’attuale capo di Stato si è accomiatato urbi et orbi, dagli ambasciatori come dagli studenti. Per il partito guidato da Enrico Letta è uno choc non avere i numeri prima ancora dei candidati. Fatto sta che gioca di rimessa su Draghi (impossibile dirgli di no) e fa catenaccio contro Berlusconi. Brandendo la minaccia del voto anticipato, efficace con quattro quinti dei parlamentari: Dem e Cinquestelle Silvio a presiedere il Csm non lo reggerebbero. Ecco il feeling ostentato con Meloni per incrinare (ulteriormente) il centrodestra. E la girandola di nomi: Giuliano Amato, imminente presidente della Consulta in buon rapporti con Luigi Di Maio; Anna Finocchiaro e Rosy Bindi quote rosa; Casini (meno popolare) alla voce riserva della Repubblica. Per tacere del gotha dei dirigenti Dem degli ultimi trent’anni.

M5S: è il partito-ircocervo, indecifrabile e imprevedibile. Si compatta solo sul no a Berlusconi: “dritto, drittissimo” per Giuseppe Conte. Secondo punto fermo: niente accordi con Renzi, di qualsiasi genere. Su Draghi il suo predecessore non si sbilancia, Di Maio (considerato più “draghiano”) è prudente: “Va protetto e non tirato per la giacchetta, serve una figura che garantisca l’unità, dialogo ampio tra le forze politiche”. Molti, nel partito che sarà più falcidiato dalla perdita di seggi, cantano l’inno dello status quo temendo per la tenuta della maggioranza. Si vocifera che considerino Marta Cartabia, per la riforma sulla giustizia, meno digeribile di Amato. Nella prospettiva di strategie future dovrebbero decidere in asse con il Pd, ma non è detto che vada così.

Leu: Speranza e Bersani indicano la via costituzionale come bussola: no all’eccezionalità (dunque, a differenza del Pd, si interrogano sul bis di Mattarella) e cautela sull’eventuale trasloco di Draghi perché privo di precedenti e oggettivamente stressante a livello istituzionale. Prevedibile no a Berlusconi. Il capogruppo alla Camera Fornaro traccia un profilo: “Deve essere un presidente che unisce e non divide, che ricuce anche dal punto di vista delle tensioni sociali. E non mi sembra che le circostanze che hanno spinto Mattarella a dare vita al governo di unità nazionale siano venute meno”.

Italia Viva: l’unica certezza è la voglia di fare fuochi d’artificio. Con un ruolo tra ago della bilancia e incursore. Renzi ha detto apertis verbis che in questa fase non è alla ricerca del consenso (ricambiato, stando ai sondaggi, dagli elettori). In più, si è bruciato i ponti alle spalle con il Pd, la casa centrista è in stand-by, e gennaio potrebbe essere il gran finale di partita. Si attende rispettosamente lo scioglimento dell’enigma Draghi, ma il rischio dell’effetto domino è ben presente. Maria Elena Boschi ha lodato il “metodo Salvini” per una “candidatura condivisa”. Una figura politica: magari Casini o Amato. L’ex sindaco di Firenze ammicca anche a Berlusconi (via Micciché), ma nessuno dei due ci crede fino in fondo.

Coraggio Italia: dopo un’accelerazione sul progetto di federazione con i renziani, il gruppo di Toti e Brugnaro è alla finestra del centrismo che verrà. E chissà se proprio il Colle aprirà le fatidiche danze. Su Berlusconi non si sbilanciano, se non altro perché nessuno li invita ai vertici di coalizione. Amato e Casini non dispiacciono. Quagliariello si sfila con cautela dalla “riffa sui nomi” perché “serve una visione politica che tenga conto degli interessi del Paese e dia stabilità”. Altro che tirare Draghi per la giacchetta: il governatore ligure vorrebbe clonarlo direttamente. Tutte le strade portano allo stesso punto: la carta coperta, e l’attesa per il disvelamento. Al massimo entro il 20 gennaio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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