Bossetti, il consulente: “Caso anomalo, continuiamo a lavorare”

massimo bossetti

La morte di Yara Gambirasio, la ragazzina scomparsa e uccisa a Brembate nel 2010, è uno dei casi di cronaca nera più discussi degli ultimi anni. Per l’omicidio è stato condannato all’ergastolo il muratore Massimo Bossetti, attualmente detenuto nel carcere di Bollate. Negli ultimi giorni, tuttavia, l’emergere di nuove elementi ha riacceso i riflettori sul caso. Intervistato da Notizie.it, Ezio Denti, perito di parte della difesa, ha fatto il punto della situazione sugli ultimi episodi, parlando in particolare della visita ricevuta da Bossetti in carcere da parte di un finto perito informatico di Brescia.

Bossetti, l’intervista al consulente

Tra gli ultimi sviluppi sul caso è emersa la possibilità che Yara non sia mai uscita dalla palestra, cosa ci può dire in merito?

Si è ipotizzato che Yara possa anche non essere uscita dalla palestra. La cella telefonica infatti l’ha individuava lì sul posto e quindi noi riteniamo che Yara non possa essere stata caricata su un camion come è stato invece ipotizzato dagli inquirenti, anche perché sarebbe stato tecnicamente impossibile, specie in quella fascia oraria. Che sia uscita dalla palestra o che non sia uscita è ipotizzabile ma non se ne ha la certezza.

La visita in carcere del finto perito

Massimo Bossetti al momento è detenuto nel carcere di Bollate. Un uomo si sarebbe introdotto nella casa circondariale con un falso nome e avrebbe avuto un colloquio con Bossetti, come sono andate le cose?

Ieri ero in carcere da Bossetti e lui mi ha raccontato questo episodio. È stato avvicinato da un soggetto con un cartellino rosso sulla giacca (che identifica avvocati o consulenti, ndr) nel corridoio adibito ai colloqui. Questa persona si è qualificata come Cesare Marini, perito informatico di Brescia, e avrebbe detto a Bossetti di essere in grado di dare una svolta al processo. Bossetti a quel punto gli ha chiesto un biglietto da visita, ma l’uomo ha detto di non averlo ed è sparito nel nulla. Bossetti quindi si è insospettito e ha presentato un’istanza alla direzione del carcere per accertare l’identità del soggetto. Nel carcere di Bollate non si entra così facilmente, io stesso per poter entrare ho dovuto fare diversi accessi, quindi è strano. Bossetti ha poi visto la foto del reale consulente, confermando che non si tratta della persona con cui lui ha parlato.

Quindi era una persona che Massimo Bossetti non conosceva in alcun modo?

Assolutamente. Lui ha dato questo nominativo e si è presentato come un perito informatico di Brescia. Effettivamente questo nome corrisponde. Solo quando Bossetti ha potuto vedere la faccia del consulente reale ha detto che non era lui la persona che lo aveva avvicinato in carcere. Il reale consulente, inoltre, ha un alibi perché nel momento in cui è avvenuto l’incontro non era nel carcere di Bollate in quanto stava svolgendo una perquisizione con i carabinieri.

Secondo lei quali motivazioni hanno mosso questa persona ad avvicinare Bossetti qualificandosi con un falso nome?

Massimo Bossetti ormai è un personaggio pubblico, e a consulenti e avvocati questo caso ha sempre fatto gola. In tanti si sono esposti e si sono proposti a Bossetti come consulenti o difensori cercando di tirare l’acqua al loro mulino. Quello che lascia perplessi è il fatto che questa persona abbia dato il nominativo di un consulente reale.

Il lavoro della difesa

In alcune dichiarazioni rilasciate in precedenza, lei aveva parlato di “elementi utili alla riapertura del caso”. Qual è la situazione al momento?

Noi stiamo continuando le indagini difensive, perché la riapertura di un caso deve avere degli elementi forti. Non si può riaprire un caso sulla base di ipotesi o sulla base di elementi che non sono concreti. Il caso Bossetti è molto anomalo perché si basa esclusivamente sulla prova scientifica, che, secondo me, non è perfetta e non è l’elemento unico per mandare all’ergastolo una persona. In un altro paese del mondo, a quest’ora, Massimo Bossetti non sarebbe in galera. Il problema principale è che il dna è stato trovato e analizzato dalla Procura, con i Ris, ma noi (la difesa, ndr) all’epoca non c’eravamo, perché non c’era un colpevole, e non abbiamo potuto partecipare all’esame. La difesa può chiedere che l’esame venga ripetuto in contraddittorio, ma la Procura ce lo ha negato. In questo caso quindi sono venuti meno sia i diritti dell’uomo, sia i diritti della difesa.

Quel giorno a quell’ora Massimo Bossetti è passato con il furgone, non è andato a lavorare quando invece lavorava sempre, guarda caso aveva anche il telefono spento, perché si era scaricato come ha detto lui stesso, e aveva litigato con la moglie: se dovessi tracciare la trama di un film direi che Bossetti è responsabile. Ma le responsabilità a una persona non si danno con la fantasia, si danno con le prove. Se quel giorno non fosse passato con il furgone sarei più preoccupato, perché passava tutti i giorni.

In virtù di tutta questa situazione, ora come avete intenzione di procedere?

Noi abbiamo bisogno di prove concrete. Non servono più ipotesi o dubbi, la mia parola o quella di qualcun altro non ha nessun significato oggi. Una persona che è stata condannata all’ergastolo in tre gradi di giudizio è una persona che ha una condanna definitiva. Ora, per chiedere la revisione di un processo è chiaro che bisogna andare davanti ai magistrati con una prova forte e noi stiamo lavorando e stiamo cercando di capire se è davvero forte da poter dire che c’è un elemento che dimostra realmente che non c’è responsabilità da parte del nostro cliente.