Brexit: ex amb.a Roma, 'risultato shock, se non fossi andato in pensione mi sarei dimesso'

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Il 23 giugno del 2016, giorno del referendum sulla Brexit, era uno dei suoi ultimi giorni di lavoro per la diplomazia britannica. Il risultato del voto, con la vittoria del 'Leave, fu per lui "uno shock", ma aveva già deciso che, se anche non fosse andato in pensione, avrebbe comunque lasciato il Foreign Office. A rievocare quel giorno, nel Brexit day, è l'ex ambasciatore britannico a Roma, Christopher Prentice, in un'intervista all'Adnkronos: "Le mie idee personali erano così contrarie alla decisione di lasciare l'Ue che non sarei stato più in grado di rappresentare la Gran Bretagna all'estero con convinzione". 

"Il risultato del referendum - ricorda, rispondendo alla domanda su come visse quel giorno - fu uno shock per me, come lo fu per molti, compresi, secondo alcune notizie dei media, Boris Johnson e Nigel Farage. I sondaggi davano un testa a testa, ma la maggior parte dei commentatori si aspettavano che, arrivato il momento, un senso di cautela avrebbe portato gli elettori britannici a scegliere lo status quo. Invece, fu un terremoto politico". 

Molto prima del giugno del 2016, Prentice aveva fissato la sua partenza da Roma ed il suo pensionamento per la settimana successiva al referendum. "Dopo più di cinque anni come ambasciatore, sapevo che sarebbe stato giusto permettere a qualcun altro di portare avanti il nostro rapporto con l'Italia con nuova energia e visione - spiega - qualunque fosse il risultato del referendum".  

L'ex ambasciatore rende quindi omaggio alla sua "amica Jill Morris", venuta dopo di lui, che "in questi tre anni ha fatto un lavoro eccezionale: la ammiro e le auguro successo". Tuttavia, ricorda, "all'epoca avevo detto al Foreign Office che, se il popolo britannico avesse deciso di lasciare la Ue e se io non avessi già deciso di andare in pensione, mi sarei dimesso dal servizio. Le mie idee personali erano così contrarie alla decisione di lasciare l'Ue che non sarei stato più in grado di rappresentare la Gran Bretagna all'estero con convinzione".  

La società britannica resta "profondamente divisa, solo un secondo referendum avrebbe potuto sanare quelle divisioni", sostiene poi l'ex ambasciatore: "Il risultato del referendum fu un testa a testa, riflettendo una divisione profonda e complessa della società britannica. Nel 2016 non era chiaro quali sarebbero state le conseguenze di una uscita". 

Ora, "dopo tre anni difficili di negoziati e battaglie politiche interne, queste conseguenze sono in qualche modo più chiare, anche se l'opinione pubblica resta profondamente divisa", sottolinea Prentice, secondo cui le ultime elezioni hanno dato al governo "il mandato a portare fuori il Paese dalla Ue sulla base dell'accordo rivisto di recesso, ma questo non significa che la maggioranza dell'elettorato lo sostenga". 

L'idea dell'ex ambasciatore a Roma è che "solo un secondo referendum confermativo avrebbe potuto farlo, iniziando un processo di risanamento della nostra società. Ma i partiti politici che sostenevano un secondo referendum erano troppo divisi e per nulla coordinati per portare avanti questa idea".  

Prentice paventa poi il rischio "reale" che il Regno Unito non riesca a concludere un accordo commerciale con la Ue entro la fine dell'anno. "Da domani - dice - il Regno Unito sarà fuori dalla Ue, un Paese terzo, e non sarà più un membro privilegiato. La dichiarazione politica che accompagna l'accordo di recesso lascia sostanzialmente aperta la porta per stabilire quanto vicine o quanto distanti saranno le nostre future relazioni commerciali con la Ue, che resta il nostro principale partner commerciale". 

Purtroppo, sottolinea Prentice, "non ci sono prospettive di mantenere un 'commercio senza attriti: solo se fosse continuata l'adesione al Mercato unico ed all'Unione doganale sarebbe potuto succedere. Tutto adesso dipenderà dai negoziati di quest'anno, ma, anche secondo le analisi del governo stesso, tutte le opzioni sono negative per la prosperità futura del Regno Unito in termini di perdita di crescita potenziale rispetto allo status quo". 

La convinzione dell'ex ambasciatore è che "insistendo su un calendario ristretto per questi negoziati per far sì che l'accordo di libero scambio sia concordato e ratificato entro la fine del 2020, il governo si sta di nuovo legando le mani e dando una leva negoziale ai 27". 

Prentice ritiene che il tempo per negoziare sia "troppo breve per un accordo o anche qualcosa di più che uno schema e, considerate anche le recenti dichiarazioni del governo su come intenda applicare o meno il protocollo irlandese e gestire il dossier della pesca, c'è un rischio reale che i negoziati falliscano e che il Regno Unito inizi il 2021 senza alcun accordo con la Ue".  

Una circostanza, questa, che "massimizzerebbe il danno economico per il Regno Unito nel breve e nel medio periodo - conclude l'ex ambasciatore - Mentre, a mio parere, sono pura fantasia le affermazioni secondo cui potremmo compensare tutto questo sviluppando rapidamente relazioni commerciali più profonde con il resto del mondo. L'incapacità di fare un qualsiasi accordo danneggerebbe entrambe le parti, ma il danno economico sarebbe maggiore per l'Ue. I 27 non sacrificheranno i loro principi fondamentali sono per evitare un 'no deal'". 

Infine Prentice dice di temere che la Brexit creerà "nuove barriere e che nel tempo potrebbe portare ad una minore comprensione reciproca". "Da quando ho lasciato Roma oltre quasi quattro anni fa, vivo nel Regno Unito ed è difficile per me giudicare l'umore tra i nostri ex partner europei. Ci deve essere un qualche sollievo alla fine della paralisi politica britannica". Prentice è "commosso dall'evidenza che molti dei nostri partner europei sentono una sincera tristezza per la nostra uscita e questo aggrava la mia tristezza". 

"A livello personale - conclude - i rapporti tra i cittadini britannici ed europei resteranno stretti ed amichevoli come lo sono sempre stati finora: ma ci saranno nuove barriere e temo che nel tempo potrebbe portare ad una minore interazione e ad una minore comprensione reciproca". Ora che la Brexit è fatta, i 27 "potranno concentrarsi su molte altre questioni difficili in agenda: mi aspetto che i negoziati con il Regno Unito sulla nostra partnership futura caleranno nelle priorità dell'Ue, in particolare se il nostro governo continuerà a negare alcune realtà basilari e a fissare obiettivi irrealistici".