Brexit, negoziati incagliati in aringhe, sgombri e crostacei

webinfo@adnkronos.com
·1 minuto per la lettura

Le ultime e frenetiche ore del negoziato sulla Brexit hanno avuto come protagoniste le diverse specie ittiche della Manica. Aringa dopo aringa, sgombro dopo sgombro, senza dimenticare i crostacei, gli sherpa presumibilmente esausti, di fronte a pizze di fortuna, sono rimasti incagliati sul nodo della pesca, e sui volumi di ogni diversa specie che pescherecci dei Paesi dell'Ue possono portare a casa, in funzione naturalmente del volume di ogni singola specie nelle diverse zone di pesca e del mercato in cui le diverse specie saranno vendute.

Londra insiste nel difendere la riconquistata sovranità anche sulle zone di pesca britanniche, oltre le 12 miglia nautiche dalla costa, escludendola al traffico dei pescherecci europei, come avviene per tutti i Paesi dell'Ue. L'Ue reclama il proseguimento dell'accesso alle zone di pesca britanniche come precondizione a un accordo sul commercio senza dazi. Le quote di pescato nazionali sono elaborate sulla base di dati storici che risalgono agli anni Settanta e che tuttavia, secondo Londra, non sono favorevoli alla Gran Bretagna che ne chiede la revisione.

A complicare ulteriormente la questione, la pratica dei pescherecci britannici di vendere parte della loro quota a colleghi europei (il 60 per cento della quota di pescato inglese, per esempio, finisce in mani straniere). La maggior parte del pesce esportato dalla Gran Bretagna, circa i due terzi, viene esportata nei Paesi dell'Unione europea. E la maggior parte del pesce consumato in Gran Bretagna è importato, secondo le misteriose leggi che hanno governato, negli anni precedenti all'ondata di protezionismo, il commercio globale.