Brusca ha chiesto di lasciare il carcere. La procura generale: no ai domiciliari

La prima sezione penale della Corte di Cassazione si riunisce per valutare il ricorso presentato dai legali di Giovanni Brusca contro l'ultimo dei 'no' agli arresti domiciliari chiesti dall'ex boss mafioso: il tribunale di sorveglianza di Roma, questa la tesi dei difensori, nel marzo scorso non avrebbe tenuto nella giusta considerazione le valutazioni della procura nazionale antimafia favorevoli alla concessione. A scriverlo è il "Corriere della Sera". Il verdetto arriverà domani

Per la procura antimafia "il contributo offerto da Brusca nel corso degli anni è stato attentamente vagliato e ripetutamente ritenuto attendibile da diversi organi giurisdizionali, sia sotto il profilo della credibilità soggettiva del collaboratore, sia sotto il profilo della attendibilità oggettiva delle singole dichiarazioni". E comunque "sono stati acquisiti elementi rilevanti ai fini del ravvedimento del Brusca": le sentenze che hanno riconosciuto "la centralità e rilevanza del contributo dichiarativo del collaboratore", e "le relazioni e i pareri sul comportamento di Brusca in ambito carcerario e nel corso della fruizione dei precedenti permessi".

Il killer di Capaci, l'uomo che ordinò di sequestrare e poi uccidere e sciogliere nell'acido il figlio del pentito Santo Di Matteo, "ha già usufruito di oltre 80 permessi premio - ricorda il quotidiano. Ogni volta esce di prigione per vari giorni e resta libero 11 ore al giorno (la sera deve rientrare a casa). Dando prova della 'affidabilità esterna' certificata dagli operatori del carcere romano di Rebibbia".

Ma il tribunale di sorveglianza ha continuato a negare la detenzione domiciliare "ritenendo che per un mafioso del suo calibro, dalla 'storia criminale unica e senza precedenti', responsabile di 'più di cento delitti commessi con le modalità più cruente', che in virtù della collaborazione è stato condannato a 30 anni di prigione anziché all'ergastolo, il 'ravvedimento' dev'essere qualcosa che va oltre 'l'aspetto esteriore della condotta". 

Ma per la procura generale della Cassazione Brusca deve restare in carcere. Nella requisitoria scritta infatti è stato chiesto ai giudici della prima sezione penale di rigettare il ricorso presentato dalla difesa del boss di Cosa Nostra contro la decisione con cui il tribunale di sorveglianza di Roma, nel marzo scorso, aveva respinto l'istanza di detenzione domiciliare.

L'omicidio di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell'acido

Lui era felice. Ripeteva: "Papà mio, amore mio". I 'lupi' erano venuti a prenderlo travestiti da poliziotti, facendogli credere che lo avrebbero condotto dal papà, allora sotto protezione. Cominciò così l'inferno del piccolo Giuseppe, il figlio tredicenne di Santino Di Matteo, rapito il 23 novembre del 1993 in un maneggio di Piana degli Albanesi per far tacere il padre che aveva deciso di collaborare con la giustizia.

A ordinare il suo assassinio fu Brusca, facendolo sciogliere nell'acido, l'11 gennaio del '96, dopo 25 mesi di atroce prigionia. Giovanni Brusca, 62 anni, era detto 'u verru' ('il porco'), oppure lo 'scannacristiani' per la sua ferocia. "Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma - si legge nel libro di Saverio Lodato - non era la prima volta: avevo già adoperato l'autobomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento".

"Uccidete il canuzzo"

Di certo, resterà addosso soprattutto l'orrore dell'omicidio del piccolo Giuseppe su questo esponente di rilievo della Cosa nostra di Totò Riina, catturato nel maggio di 20 anni fa e attuale collaboratore di giustizia, colui che innescò l'esplosione nell'attentato di Capaci e che, dopo 23 anni di carcere, secondo la procura nazionale antimafia può essere ammesso ai domiciliari. "Uccidete il canuzzo", fu il suo ordine, quando apprese dal telegiornale di essere stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ignazio Salvo.

Era l'11 gennaio 1996 e Vincenzo Chiodo, Enzo Brusca e Giuseppe Monticciolo eseguirono l'ordine di morte nei confronti di Giuseppe, prigioniero dei corleonesi da 779 giorni. Tutto si svolse in fretta. Chiodo disse al bambino di mettersi nell'angolo della camera dove si trovava, vicino al letto con le braccia alzate; mentre Enzo Brusca e Monticciolo tenevano il bambino fermo. Terribile la ricostruzione di Chiodo: "Ho ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo".

"Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l'ho appoggiato a terra. Il bambino non ha capito niente. Dopo averlo spogliato abbiamo versato l'acido nel fusto: ho preso il bambino per i piedi, Monticciolo e Brusca per le braccia; così l'abbiamo messo nell'acido. Poi siamo andati tutti a dormire". Una ferocia che è anche il rimpianto inestinguibile di un padre, di Santino Di Matteo: "Non ho salvato mio figlio".