Brusca, poliziotto che lo arrestò: "25 anni non cancellano orrore"

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"Non sono certo a favore della pena di morte, ma penso che 25 anni siano davvero poca cosa a fronte degli omicidi di cui si è macchiato. Lui torna libero, noi, invece, dovremo per tutta la vita fare i conti con l'ergastolo del dolore". Luciano Traina, ispettore in pensione della Polizia, non è solo il fratello di Claudio, l'agente della scorta di Borsellino ucciso nella strage di via D'Amelio insieme al giudice antimafia, ma anche uno dei poliziotti che nel maggio del 1996 partecipò al blitz per l'arresto di Giovanni Brusca, scarcerato per fine pena.

"Mi distaccarono volutamente in quella squadra - racconta all'Adnkronos - Forse Brusca non doveva essere catturato vivo e qualcuno pensò che trovandomi davanti a lui, magari in preda alla rabbia, mi sarei tolto un sassolino dalla scarpa, sparandogli. Si sbagliarono".

L'operazione fu coordinata dall'allora questore di Palermo, Arnaldo La Barbera e condotta dagli uomini della Mobile guidati dal commissario Luigi Savina. Il momento dell'arresto lui lo ricorda come fosse oggi. Gli attimi concitati prima dell'irruzione, lo stratagemma per identificare esattamente il covo e poi il blitz in contrada Cannatello ad Agrigento, dove un fiancheggiatore gli aveva messo a disposizione un villino.

"Fui il primo a entrare in quella villetta. Scavalcai una finestra al piano terra e me lo trovai davanti in cucina". Appena qualche secondo. "Era scalzo, in pantaloncini e a torso nudo, con un braccio appoggiato al frigorifero, in una mano teneva il telefono". Lo 'scannacristiani', così era chiamato Brusca per la sua ferocia, Traina l'aveva visto sono in foto. "Mi aspettavo un uomo imponente, invece... un omuncolo. Mi ha fatto solo schifo. Ci siamo guardati negli occhi, increduli entrambi. Gli ho puntato la pistola, poi i colleghi hanno fatto irruzione. Lui ha capito che era circondato e non ha opposto resistenza".

Non ha mai pensato di sparargli? "Se avesse fatto un gesto inconsulto, se la mia vita o quella dei miei colleghi fosse stata in pericolo, non ci avrei pensato due volte, ma davanti a una persona inerme non avrei mai potuto farlo. Era inerme, un piccolo uomo...". Eppure, dopo quell'episodio per Traina iniziò un secondo calvario. "Il questore La Barbera dispose il mio trasferimento - ricorda - Mi disse 'per ragioni di sicurezza'".

Ma le immagini del volto tumefatto di Brusca subito dopo la cattura fecero il giro del mondo. "Trovarono un capro espiatorio, ma io non c'entravo nulla, perché dopo l'arresto rimasi nel covo con altri miei colleghi per le perquisizioni, finimmo intorno alle 4 del mattino".

Al pentimento di Brusca Traina non crede fino in fondo. Anzi. "Non ci credo per nulla - dice - Ha raccontato quello che ha voluto e lo ha fatto per il suo tornaconto. Uno che uccide un bambino a sangue freddo... quello che ha fatto è stato mostruoso. Venticinque anni di carcere non bastano per cancellare tutto quell'orrore", conclude.

(di Rossana Lo Castro)

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