Buio su Peng Shuai, ora la Cina rischia il boicottaggio sportivo

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(Photo: Edgar Su via Reuters)
(Photo: Edgar Su via Reuters)

Aumenta il rischio di un boicottaggio internazionale alle prossime Olimpiadi invernali che si terranno a fine gennaio a Pechino, dopo le dichiarazioni del presidente americano Joe Biden, che ha ammesso di stare “valutando la possibilità che gli atleti Usa non partecipino a Pechino 2022” a causa delle ripetute violazioni dei diritti umani, e in particolare della feroce persecuzione contro l’etnia uigura nella regione di confine dello Xinjiang. Biden ha aggiunto che il recente meeting virtuale con Xi Jinping – che sembrava avere segnato una decisa distensione nei rapporti tra le due superpotenze, dopo il costante peggioramento degli ultimi tempi – non ha “nulla a che fare” con l’ipotesi di boicottaggio Usa. Ma c’è un’altra vicenda – dagli esiti potenzialmente drammatici – che aumenta le possibilità di un isolamento “sportivo” della Cina, la misteriosa sparizione della tennista cinese di fama internazionale Peng Shuai, scomparsa nel nulla da qualche settimana dopo avere denunciato di aver subito delle molestie sessuali da un politico cinese di altissimo livello, l’ex vicepremier Zhang Gaoli.

Dopo essere letteralmente “scomparsa nel nulla” - mentre i ripetuti tentativi di contattarla da parte di amici e colleghi, e anche quelli della stampa locale, fallivano uno dopo l’altro - ieri invece è “apparsa” non Peng, ma una misteriosa email – dall’autenticità più che dubbia – nella quale la tennista direbbe di stare bene e di essersi nascosta “per motivi di sicurezza”.

La reazione della federazione Internazionale del Tennis femminile, la potente Woman Tennis Association WTA, è stata immediata: “Chiediamo un’indagine completa e trasparente sulle accuse di violenza sessuale della giocatrice Peng Shuai contro un ex leader cinese di alto livello […] e in assenza di risposte rapide siamo pronti a un boicottaggio” ha detto alla Cnn Steve Simon, numero uno della Wta, aggiungendo di essere pronto a rinunciare ai 10 tornei in calendario nel 2022. “Siamo preparati a ritirare le nostre attività e ad affrontare tutte le problematiche che ne seguiranno - ha detto ancora Simon alla Cnn, “perché le accuse di stupro sono più importanti degli affari” e “le donne devono essere rispettate e non censurate, nello sport come in qualsiasi altra situazione”.

Da parte sua il presunto molestatore, Zhang Gaoli, che è stato anche componente del Comitato permanente del Politburo del Pcc dal 2013 al 2018, non ha mai reagito alle accuse di Peng. E tra la stampa cinese fedele al regime - ovvero, in pratica, tutta – solo il direttore del tabloid governativo Global Times, Hu Xijin, è intervenuto sulla vicenda, scrivendo su Twitter di non credere affatto che la star del tennis cinese sia stata vittima di ritorsioni. “Come persona che ha familiarità con il sistema cinese, non credo che Peng Shuai abbia ricevuto le pressioni e le repressioni ipotizzate dai media stranieri per le cose di cui la gente ha parlato” ha twittato Hu.

Dopo che mercoledì, il canale in lingua inglese Cgtn, che fa parte del colosso mediatico cinese Cctv, aveva diffuso lo screenshot dell’email attribuita a Peng - e che sarebbe stata inviata proprio alla Wta – contenente le “rassicurazioni” della tennista, Simon ha ribadito alla Cnn i dubbi sull’autenticità del messaggio nel quale, fra l’altro, la campionessa ritratterebbe completamente, definendole “false”, le sue accuse contro Zhang. “Sono piuttosto certo che si tratti di una messa in scena” ha insistito il numero 1 della Wta. “Se è stata costretta a scriverla, se qualcuno l’ha scritta per lei, non lo sappiamo, ma finché non le parleremo di persona non saremo per nulla rassicurati”, ha concluso Simon.

In un post apparso sui social media all’inizio di questo mese – e cancellato dall’efficiente macchina della censura cinese meno di mezzora dopo - Peng, 35 anni, ha affermato di essere stata costretta a fare sesso dall’ex viceministro nel 2019, ed a mantenere una relazione sessuale con lui fino ad ottobre. Si tratta, come ben si vede, di accuse gravissime, tanto più perché indirizzate a uno dei potenti della Cina di Xi Jimping, e che esplodono come una bomba in una Paese come la Cina dove il tema delle violenze sulle donne resta poco indagato e ancor meno discusso, e dove i timidi tentativi di “esportare” il movimento Mee Too hanno sortito risultati quasi nulli. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha finora sempre rifiutato di commentare le accuse, dicendo che non si trattava di una faccenda di politica estera, mentre un altro portavoce, Zhao Lijian, interrogato dai giornalisti sulla dichiarazione della WTA, ha detto di non sapere nulla della questione.

Diversi tentativi di mettersi in contatto con Peng, effettuati dal South China Morning Post di Hong Kong, non hanno portato a nulla. Un membro del suo team, che ha rifiutato di essere nominato a causa della delicatezza della questione, ha ammesso di non essere stato più in grado di raggiungerla: “Ho provato a chiamarla alcune volte dopo che gli amici mi hanno parlato del suo post, ma non sono riuscito a contattarla”, ha detto al principale quotidiano dell’ex colonia britannica. “Dov’è Peng Shuai?, si sono chiesti pubblicamente sia la ex numero uno del mondo, Chris Evert, che la tennista franco/statunitense Alizé Cornet. “Le accuse di Peng sono molto inquietanti”, ha scritto quest’ultimo su Twitter, ed ha aggiunto: “Conosco Peng da quando aveva 14 anni; Dovremmo essere tutti preoccupati, perché si tratta di una faccenda seria: dov’è? È al sicuro? Ogni informazione su di lei è molto importante in questo momento”, ha twittato Evert. Sempre attraverso lo stesso social media, Alizé Cornet ha espresso la sua preoccupazione twittando “Non restiamo in silenzio” aggiungendo l’hashtag #WhereIsPengShuai, diventato rapidamente virale.

Solidarietà è arrivata anche da altre colleghe tenniste, come Naomi Osaka e Serena Williams, le quali entrambe hanno chiesto pubblicamente chiarimenti sul destino della Peng. Come risultato, il profilo social della Osaka è stato oscurato in Cina, subendo così un trattamento analogo a quello riservato nell’autunno scorso anche al calciatore tedesco, di origine turca, Mesut Özil. Dopo la sua denuncia contro i maltrattamenti della Cina nei confronti degli uiguri dello Xinjiang, infatti, la Cina non ha più trasmesso le partite del suo club, l’Arsenal, che ha poi finito per isolarlo, nel timore di ulteriori ritorsioni cinesi. L’avatar di Ozil è stato poi addirittura cancellato dal videogioco Komani Pro Evolution Soccer.

Peng vanta un cursus honoris di tutto rispetto: è stata numero uno al mondo nel doppio nel 2014, oltre che il primo giocatore cinese a raggiungere un top ranking dopo aver vinto il doppio a Wimbledon nel 2013 e l’Open di Francia nel 2014. E’ scomparsa subito dopo la pubblicazione del suo post, che , come si è detto, è rapidamente sparito anche quello dal web cinese, seguendo la stessa sorte toccata poi alla stragrande maggioranza dei messaggi e dei commenti relativi alle accuse di Peng su Internet e sulle piattaforme di social media cinesi. Tutto “filtrato” dall’efficientissimo “Great Firewall” della censura.

La violenza di genere da parte dei propri partner, mariti o compagni, resta un tabù per le donne in Cina, che scontano ancora oggi una cultura fortemente improntata al maschilismo, che cerca ancora di relegarle in quello “spazio domestico”, retaggio della visione confuciana, all’interno del quale la donna doveva restare, sottomessa e inerme ai voleri e all’arbitrio dell’uomo.

La Cina si è dotata di una legislazione contro le violenze domestiche soltanto nel 2015, entrata ufficialmente in vigore nel marzo 2016, ma con caratteristiche che la rendono del tutto inadeguata e insufficiente a contrastare efficacemente quella che – grazie anche alle coraggiose denunce come quelle della giovane He – si profila ormai come una emergenza nazionale. La legge infatti stabilisce che l’atto di violenza domestica costituisce un’infrazione civile, non un reato penale. Mentre si calcola che almeno una donna su quattro sposata in Cina ha subito violenze dal proprio partner.

Secondo un rapporto del 2015 della Corte suprema del popolo, quasi il 10 percento dei casi di omicidio intenzionale riguardano episodi di violenza domestica. Ma per molto tempo i dipendenti del governo, sia avvocati che giudici, hanno manifestato scarsa attenzione e ancor meno comprensione per la violenza contro le donne.

Nel 2018, due anni dopo l’entrata in vigore della nuova legge, Equality, un’organizzazione per i diritti delle donne con sede a Pechino, ha fornito in un rapporto gli ultimi dati disponibili sui femminicidi in Cina. In esso si documentano 533 casi di omicidio per violenza domestica nel Paese nei circa 600 giorni monitorati dallo studio, compresi tra il 1 marzo 2016 e il 31 ottobre, 2017, che hanno causato la morte di almeno 635 tra adulti e bambini, compresi vicini e passanti. Nel periodo in esame la media degli omicidi domestici è stata dunque pari a uno al giorno e la grande maggioranza delle vittime sono state donne.

CGTN tweets an email allegedly sent by Peng Shuai to Women's Tennis Association (WTA) Chairman and CEO Steve Simon in this screengrab obtained via social media on November 18, 2021. CGTN/Twitter via REUTERS   ATTENTION EDITORS ? THIS IMAGE HAS BEEN SUPPLIED BY A THIRD PARTY. MANDATORY CREDIT. (Photo: Social Media via Reuters)
CGTN tweets an email allegedly sent by Peng Shuai to Women's Tennis Association (WTA) Chairman and CEO Steve Simon in this screengrab obtained via social media on November 18, 2021. CGTN/Twitter via REUTERS ATTENTION EDITORS ? THIS IMAGE HAS BEEN SUPPLIED BY A THIRD PARTY. MANDATORY CREDIT. (Photo: Social Media via Reuters)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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