Vietare il burqa è legale?

Vietato, a partire da gennaio 2016, l’ingresso a volto coperto negli ospedali e negli uffici regionali della Lombardia, come previsto dal provvedimento approvato dalla Giunta della Regione capitanata da Roberto Maroni. Un divieto che riguarda genericamente tutti i casi in cui viene velato il volto, ma che è immediatamente suonato come un no diretto a burqa e niqab.

Ma è effettivamente legale vietare un abito tradizionale come il velo totale islamico? La questione è controversa. Molti amministratori locali — spesso provenienti dalle liste del centrodestra e soprattutto della Lega — hanno tentato di emettere ordinanze in questo senso, perdendosi tuttavia in una serie di cavilli giuridici, e scontrandosi con sentenze emesse in precedenza.

Ci ha provato, recentemente, il comune di Varese, che poco meno di un anno fa, nel gennaio 2015, ha approvato una mozione per bandire burqa e niqab dai luoghi pubblici e all’aperto. La proposta è stata votata dal centrodestra, ma si è arenata giacché attende il via libera del prefetto locale. Sempre nei dintorni di Varese, poi, il consiglio comunale di Busto Arsizio si è schierato contro il velo, tentando però un’altra strada. Si vorrebbe, infatti, modificare il regolamento della Polizia Municipale, inserendovi un implicito divieto del velo, che non necessiterebbe dell’approvazione del prefetto. Il primo caso, poi, risale al 2004, ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone. Qui il comune tentò di introdurre con un’ordinanza il divieto del burqua e del niqab, annullato poi dal prefetto e dai giudici amministrativi.

Ora il divieto della Regione Lombardia, fortemente voluto dal leghista Fabio Rolfi, si impernia in buona parte sulla Legge Reale del 1975, che vieta l’uso di “qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”. Basta per vietare il burqa? A quanto pare, no. E il motivo è proprio in quel “giustificato motivo” di cui sopra, che per molti tribunali è ben esemplificato proprio dalle convinzioni religiose.

Proprio su questa base, d’altro canto, era stato respinto una prima volta, nel 2008, il tentativo di messa in bando del burqa di Azzano Decimo. Il Consiglio di Stato aveva bocciato l’ordinanza sostenendo che ”il burqa non è una maschera né costituisce un mezzo atto a evitare il riconoscimento”, e che il suo uso trova giustificazione in una tradizione culturale e religiosa che non lo equipara a un semplice mascheramento.

C’è, poi, la questione di Strasburgo. Da una parte ha stabilito che anche l’uso del velo è parte di quella libertà di manifestazione religiosa sancita dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, sulla quale le autorità amministrative locali possono ben poco. Dall’altra, tuttavia, la Corte europea dei diritti umani ha confermato le ragioni della Francia, dove burqa e niqab sono vietati dal 2010, confermando la legge che li bandisce. Quest’ultima, infatti, non viola il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata dei cittadini.

In questo caso il governo francese aveva fatto leva, tuttavia, su un punto differente, ovvero il fatto che l’uso del burqa fosse un deterrente per le relazioni sociali.  “Il volto gioca un ruolo importante nelle interazioni sociali”, aveva spiegato Parigi, divenuta la prima nazione europea a vietare il velo islamico in tutti i luoghi pubblici, compresi i mezzi di trasporto. A seguirla è stato il Canton Ticino, in Svizzera, dove il burqa è stato vietato con un referendum, poi trasformato in legge dal Parlamento.

VIDEO - Corte di Straburgo: legittimo il divieto francese del burqa