Caccia all'ultimo voto

Gregorio Sorgi

Boris Johnson ha meno di ventiquattro ore a disposizione per trovare i 320 voti necessari per fare passare l’accordo sulla Brexit in Parlamento. Il premier può contare sul sostegno di 286 deputati che avevano votato per l’intesa di Theresa May lo scorso marzo, quindi dovrà persuadere 34 nuovi parlamentari per avere la maggioranza. Al momento la forbice dei voti varia da un minimo di 286
a un massimo di 325, ed è difficile fare previsioni esatte dato che molti deputati ancora non hanno deciso cosa voteranno.

Il premier dovrà muoversi su più fronti, cercando il sostegno di gruppi e correnti molto diversi tra di loro: l’ala euroscettica oltranzista dei Tory, i ventuno conservatori indipendenti espulsi dal partito a settembre e circa venti ribelli laburisti che intendono mettersi la Brexit alle spalle. Oltre ai partiti di opposizione, anche i dieci deputati unionisti nord irlandesi del Dup voteranno contro il testo, complicando enormemente i piani di Downing Street. La leader Arlene Foster non ha accettato un’intesa che mantiene l’Irlanda del Nord allineata al mercato unico europeo per i prossimi quattro anni, creando un confine invisibile con il resto del Regno Unito.

Il rifiuto del Dup ha diviso lo zoccolo duro euroscettico dei Tories, i cosiddetti “spartani”, che hanno un legame stretto con il partito unionista. Alcuni di loro, come l’ex ministro per l’Irlanda del Nord Owen Paterson, sembrano intenzionati a votare contro l’accordo per non deludere gli alleati del Dup. Ventidue conservatori euroscettici avevano bocciato l’intesa della May la terza volta e nel frattempo due di loro, Priti Patel e Theresa Villiers, sono diventati ministri nel governo Johnson riducendo il margine di ribelli a venti. Tra gli oltranzisti euroscettici c’è molto riserbo sull’accordo negoziato da Johnson, un cambio di tono rispetto alle critiche feroci da loro rivolte contro gli accordi firmati dalla May. Rispetto a sei mesi fa, i deputati Tory sono sotto...

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