"Caduto fuori dal tempo": David Grossman e il grande dolore senza nome

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Hp (Photo: Hp)
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Sono quindici anni, agosto 2006, esattamente quindici anni, che è morto durante un’attività bellica, il soldato Uri, il figlio di David Grossman. Da quell’esperienza tragica e dolorosa, Grossman ne ha ricavato un libro, “Caduto fuori dal tempo” (in italiano da Mondadori), di cui ho impresso indelebilmente nella memoria una frase, per me decisiva: “È morto ad agosto, e quando quel mese finisce io immancabilmente penso: come posso passare a settembre mentre lui rimane in agosto?”.

Quindici anni fa Grossman è diventato uno “shakul”, termine ebraico intraducibile che indica il genitore che perde un figlio. Quell’esperienza che fa soffrire come mai può capitare di soffrire, quel vertice di dolore quasi indicibile ed inesprimibile, è talmente fuori della nostra portata emotiva che la nostra lingua non riesce ad afferrarla e catalogarla in modo semanticamente preciso. Sappiamo definire orfano chi perde la madre o il padre, sappiamo definire come vedova o vedova chi perde un compagno o una compagna, un marito o una moglie. Ma davanti a un padre (o a una madre) che perde un figlio ad agosto e non riesce più ad arrivare a settembre la nostra lingua arretra e ammutolisce.

Grossman è “shakul”. Un suo corrispettivo italiano come lo chiamiamo. La sofferenza di chi perde un figlio è una figlia è anche la sofferenza di chi non sa dare un nome al proprio status di persona annichilita dal dolore. Grazie al destino, lo scrittore Grossman può anche godere del privilegio di essere un grande scrittore e scrivere le cose meravigliose che ha messo in pagina per onorare Uri. Ma che dolore insopportabile, un dolore senza nome.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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