Calabria, arrestato il presidente del Consiglio regionale

Alessandro De Virgilio
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AGI - Finisce agli arresti Domenico Tallini, presidente del Consiglio regionale, e la Calabria, orfana del presidente della Giunta, Jole Santelli, perde un altro riferimento istituzionale. Un nuovo terremoto scuote la regione, già nella bufera per le polemiche sulla sanità scatenate dalle dimissioni di due commissari, Saverio Cotticelli e Giuseppe Zuccatelli, e dalla rinuncia dell'ex rettore della "Sapienza" Eugenio Gaudio poche ore dopo l'indicazione da parte del Governo.

L'epicentro del sisma è la procura della Repubblica di Catanzaro che chiede e ottiene dal Gip 19 ordinanze di custodia cautelare, una delle quali a carico di Tallini. Con lui, in manette o ai domiciliari, sono stati arrestati esponenti della cosca di 'ndrangheta Grande Aracri, ma anche professionisti. "FarmaBusiness" il nome dato in codice all'operazione scattata all'alba.

Sessantotto anni, esponente di Forza Italia, "Mimmo" Tallini è uno dei pilastri della politica calabrese. Vanta una militanza iniziata 50 anni fa nelle file delle organizzazioni giovanili del Msi e proseguita sempre nella destra, dopo una parentesi centrista nell'Udeur, che lo ha portato dal consiglio comunale di Catanzaro alla Regione, come assessore prima, come presidente dell'assemblea dopo le ultime elezioni svoltesi nello scorso gennaio.

L'uomo forte della politica catanzarese scivola sui presunti rapporti con il clan di Cutro (Crotone), uno dei più potenti della mafia calabrese. La cosca domina anche sulla città capoluogo di regione. Le diverse inchieste della magistratura e gli arresti sono riusciti appena a scalfirne il potere, grazie anche al ruolo svolto dalle donne che, mentre i mariti  sono in carcere, guidano il clan.

Scambio di  favori con la cosca di Cutro

Tallini è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio di voti. Avrebbe favorito la costituzione e la crescita di due aziende controllate dai Grande Aracri, il
Consorzio Farma Italia e la società Farmaeko srl, con sede nel capoluogo calabrese, attive nella distribuzione all'ingrosso di prodotti medicinali mediante una rete di punti vendita costituiti da farmacie e parafarmacie (20 in Calabria, 2 in Puglia e 1 in Emilia Romagna).

 La cosca Grande Aracri avrebbe utilizzato le due strutture come paravento legale per riciclare capitali illeciti, ma anche per truffare il Sistema Sanitario Nazionale comprando a prezzi di mercato farmaci da esportare all'estero a costo maggiorato. Al "business" della cosca Tallini avrebbe dato, secondo gli inquirenti, un contributo "concreto" e consapevole, quando, da assessore regionale, agevolò, nel 2014, l'iter delle autorizzazioni necessarie all'avvio delle società, adoperandosi anche per l'acquisto del capannone che sarebbe servito come deposito dei farmaci da collocare in tutta la provincia. In cambio ne avrebbe ricavato sostegno elettorale e l'assunzione del figlio.

Il presidente del Consiglio regionale calabrese, scrivono gli inquirenti, "pur consapevole del reimpiego di capitali illeciti, provenienti dal delitto associativo di stampo 'ndranghetistico, concorreva nei progetti commerciali inerenti alla distribuzione dei farmaci", fornendo il suo contributo "anche nel procacciamento di farmacie da consorziare". 
   

Signore delle preferenze

Con l'aiuto dei Grande Aracri, Tallini, uomo dotato di carattere e riconosciuto fiuto politico, avrebbe consolidato il suo status di "signore delle preferenze". Nel suo curriculum quattro legislature alla Regione. La prima elezione, nel 2005, conquistata con 4.375 voti sotto il simbolo dell'Udeur, praticamente raddoppiati nella tornata del 2010 quando si candidò con il Pdl (8.773 suffragi); nel 2014 9.9349 preferenze; 8.009 quelle incassate nelle Regionali del gennaio scorso. La commissione parlamentare antimafia, alla vigilia del voto, lo aveva indicato come "impresentabile" per via del coinvolgimento in alcune vicende giudiziarie.

    I fatti contestati all'esponente politico catanzarese si riferiscono al 2014. Un summit intercettato dai Carabinieri in casa del boss Nicolino Grande Aracri avrebbe fatto emergere il suo ruolo di sponda politica del clan che, nel corso della conferenza stampa seguita agli arresti, il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha definito "'ndrangheta di serie A". Una mafia capace di ricorrere ai tradizionali metodi violenti, ma anche di utilizzare la copertura di attività legali per riciclare i suoi capitali.