Calenda, Renzi, Toti, Lupi, Della Vedova: tutti bloccati nell'ingorgo centrista

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The candidate for mayor of Rome Carlo Calenda during the closing of the electoral campaign in Piazza del Popolo. Rome (Italy), October 1st, 2021 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images) (Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)
The candidate for mayor of Rome Carlo Calenda during the closing of the electoral campaign in Piazza del Popolo. Rome (Italy), October 1st, 2021 (Photo by Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images) (Photo: Mondadori Portfolio via Getty Images)

Il nuovo centro? “È un ingorgo. Ci sono tutte auto piccole e inquinanti che affrontano il traffico di una rotonda in modo caotico. Servirebbe invece un pullman a idrogeno per stare tutti insieme e non inquinare”. Con questa fotografia il presidente della Liguria Giovanni Toti, di “Coraggio Italia”, sintetizza meglio di chiunque altro lo stato dell’arte di un’area politica che vorrebbe nascere ma che, stando così le cose, difficilmente vedrà luce.

A guidare una di queste tante e piccole auto si è aggiunto Carlo Calenda, leader di Azione, con il suo quasi 20% ottenuto a Roma che ora vorrebbe portare sul piano nazionale. Nel traffico però, come si sa, non solo si va piano ma in certi casi si rischia anche di tamponare. Tutti si definiscono liberali, pragmatici, riformisti, ma ognuno va per conto suo e talvolta in direzione contraria al senso di marcia. Sulla strada del centro ci sono anche ‘Italia Viva’ di Matteo Renzi, c’è da sempre l’Udc e anche ‘Noi con l’Italia’ di Maurizio Lupi. “Vedo tanti protagonismi, anche una potenziale ottima classe dirigente ma un modo di fare politica troppo autoreferenziale”, aggiunge Toti in squadra con Gaetano Quagliarello e Luigi Brugnaro.

Di certo dopo il voto alle amministrative i centristi vedono una strada e la vogliono percorrere. L’obiettivo dichiarato è costruire un “rassemblement” liberale fortemente ancorato all’Europa, che possa occupare lo spazio di quanti non si riconoscono né nel Pd né nel centrodestra sovranista a guida Meloni-Salvini. L’idea è diventare l’ago della bilancia per una futura coalizione di governo sul modello del partito liberale tedesco Fdp. Il riferimento è Mario Draghi o, almeno, il suo modo di governare.

Il progetto viene spiegato anche da Matteo Renzi: “L’area riformista (dai moderati che non vogliono Salvini e Meloni, fino ai democratici che non vogliono morire grillini) è fortissima. Sia dove vinciamo, sia dove facciamo testimonianza, i risultati sono molto buoni. E questo è fondamentale in vista del 2023”. Su Calenda dice che lo avrebbe votato ma rimarca il fatto che i due della lista che hanno ottenuto più preferenze sono di Italia Viva. Come a dire che non lascerà al leader di Azione il primato dell’area riformista che comunque tarda a nascere: “Da Milano a Bologna, da Napoli alle prossime elezioni in Sicilia e Sardegna i protagonisti sono stati e saranno tanti. In molti casi donne”.

Come è noto i due, Renzi e Calenda, non si amano. L’11 luglio scorso il leader di Azione disse di non parlare con l’ex premier da un anno: “Mai alleato con Matteo. È stato il più riformista della Repubblica, ma non condivido più niente”. Come si sa, in politica tutto può cambiare alla velocità delle luce e le parole spesso valgono poco. Comunque sia ora a Calenda interessa sapere che mosse farà il Pd per capire come collocarsi in futuro oltreché, nell’immediato, se appoggiare o meno Roberto Gualtieri al ballottaggio a Roma.

Il segretario Enrico Letta rimane con le antenne alzate barcamenandosi tra la necessità di un’alleanza forte con i 5Stelle e anche con Leu, e l’esigenza di rassicurare un elettorato moderato. Per Calenda la condizione per avvinarsi ai dem è che non si alleino con il Movimento 5 Stelle: “Azione non starà né con i populisti né con i sovranisti”. Nel secondo caso intende la Lega di Salvini e di Fratelli d’Italia. Calenda guarda invece a Forza Italia, leggasi Brunetta e Carfagna, per valutare insieme questo progetto centrista. E nelle stesso tempo mira ai dem che non digeriscono l’alleanza con i grillini.

Di liberismo ne parla da anni e oggi Benedetto Della Vedova, segretario di Più Europa, che prende la palla al balzo: “Ora c’è da costruire un’area europeista, liberaldemocratica e da questa tornata elettorale esce rafforzata la via di Draghi: riforme ed europeismo”.

Gli ostacoli lungo la strada però sono tanti, troppi. “L’Italia ha bisogno di un baricentro politico, che prima o poi si creerà”, dice ancora Toti: “Ma finché il centro avrà difficoltà a perimetrare se stesso non si andrà da nessuna parte e resteremo fermi”. Sotto gli occhi di tutti c’è un’enorme platea da “acchiappare”, l’astensione è stata altissima alle ultime amministrative, ciò significa che una larga fetta dell’elettorato non si è riconosciuta nelle proposte oggi disponibili. Un nuovo centro vorrebbe colmare questo vuoto ma ancora non ha capito come e con chi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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