Calo record del petrolio. Poi Trump fa le scorte e il prezzo risale

Il prezzo del petrolio ha chiuso la settimana in volata dopo le parole di Donald Trump. Il Wti al Nymex venerdì si è attestato a 33,86 dollari al barile, in rialzo del 7,49%, dopo aver perso durante la settimana un quinto del suo valore.

Anche il Brent è risalito sopra 35 dollari, dopo aver subito in settimana il peggior calo dalla crisi finanziaria del 2008. A spingere al rialzo i prezzi è stato l'annuncio del presidente Usa di aver ordinato importanti quantità di greggio per le riserve strategiche.

Gli Stati Uniti acquisteranno "grandi quantità di petrolio" per aumentare le riserve strategiche, ha dichiarato Trump, il quale in questo modo ha agito come se fosse in 'guerra', incrementando le riserve strategiche Usa con acquisti mirati a prezzi bassissimi.  

Lo scontro tra Mosca e Riad

In questo modo, a prezzi da saldo, Trump ha messo gli Stati Uniti al riparo da eventuali nuovi scossoni della produzione dovuti al coronavirus. Il calo del greggio? "È come un grande taglio delle tasse", aveva commentato Trump nei giorni scorsi, quando il prezzo tracollava a causa dalla guerra del petrolio tra l'Arabia Saudita e la Russia.

In pratica Trump si è inserito nella battaglia dei prezzi al ribasso ingaggiata dai due più grandi produttori mondiali, la Russia e l'Arabia Saudita.  L'ultima mossa di Riad è stata quella di aumentare il più possibile la produzione di petrolio in modo da ribassarne i costi e mettere in crisi i mercati, già in ginocchio per gli effetti del coronavirus.

Gli Stati Uniti non sono certo rimasti a guardare e, a questo punto, hanno agito, approfittando del prezzo del barile sceso al minimo storico dal 1991, anno della prima Guerra del Golfo, più basso del prezzo shock toccato all'indomani dell'11 settembre 2001 e del crollo della Lehman Brothers: 30 dollari al barile.     

All'effetto coronavirus, che ha messo in ginocchio i grandi consumatori di carburante, cioè le compagnie aeree, restate a terra per la chiusura degli aeroporti, si è dunque aggiunto il braccio di ferro tra Russia e Arabia Saudita. Questa situazione ha decretato di fatto il fallimento del vertice della scorsa settimana dell'Opec Plus (composto dai membri Opec più gli 11 paesi esterni al cartello) a Vienna.

In questa sede, Mosca si è rifiutata di avallare il maxi-taglio complessivo di 1,5 milioni di barili al giorno che le era stato chiesto come sacrifico per risolvere la situazione. La risposta di Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, è stata quella che ha determinato la situazione attuale: un incredibile ribasso dei prezzi sulle forniture di greggio.     

Con uno dei suoi proverbiali tweet, è intervenuto Trump a fare la voce grossa: “L'Arabia Saudita e la Russia stanno discutendo sul prezzo e sul flusso di petrolio. Questa, insieme alle fake news, sono la ragione del crollo dei mercati”.     

Questo crollo ha messo in difficoltà le compagnie petrolifere nordamericane specializzate nell'estrazione di shale oil, anche se Trump ha cercato di volgerla a vantaggio dell'America. Intanto il braccio di ferro tra le due potenze petrolifere potrebbe favorire Mosca, che, secondo gli analisti, “sembra nella posizione migliore per superare la tempesta. Mosca ha bisogno di un prezzo di 42 dollari al barile per far quadrare il proprio bilancio, mentre l'Arabia Saudita ha bisogno che i prezzi superino almeno il doppio di tale importo”.

A questo vanno aggiunte le più ampie riserve di valuta estera di Mosca rispetto a quelle di Riad. Insomma, il coronavirus ha acceso la miccia in un mercato, quello del petrolio, dove le attuali fibrillazioni, rischiano di cambiare velocemente gli attuali rapporti di forza.