Cambiamenti climatici: la prova che siamo al punto di non ritorno

Cambiamenti climatici

Quando parliamo di giustizia sociale, un momento critico può essere una cosa meravigliosa – un caso di tribunale che istruisce l’opinione pubblica, per esempio. Per una specie, invece, un punto critico può essere una maledizione, una catastrofe ambientale che può spingere una popolazione sull’orlo di un precipizio. Se poi si parla di cambiamenti climatici, non c’è solo un punto critico bensì molteplici punti di criticità su cui si sta cercando di far luce.

All’inizio di questa settimana, un gruppo di ricercatori della rivista scientifica Nature ha concordato sul fatto che i 9 demoni del cambiamento climatico sono più vicini di quanto avessero previsto. Come se non bastasse, abbiamo già iniziato a vederne gli effetti. “Siamo del parere che il tempo d’intervento si sarebbe già potuto avvicinare allo zero, mentre il tempo di reazione per raggiungere lo zero totale di emissioni è minimo di 30 anni.” scrivono. “Tuttavia potremmo aver già perso il controllo delle criticità in corso”.

Possiamo ancora, però, muoverci per ridurre il danno. La scommessa che dobbiamo fare è più chiara che mai, ma il tempo sta finendo. “Come potremmo mai guardarci indietro tra circa una cinquantina d’anni e rimpiangere di aver costruito un futuro più sostenibile e fiorente per le generazioni che verranno?” chiede il responsabile Tim Lenton, direttore del Global Systems Institute dell’Università di Exeter. “Sarebbe sicuramente meglio, piuttosto che andare avanti con delle riserve limitate di combustibili fossili aspettando così l’Apocalisse. .
I punti critici sono tre.

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Ghiaccio

Pensate ad un momento climatico critico – ad esempio lo scioglimento accelerato dei ghiacci della Groenlandia – come pensereste ad una sedia. Nel suo stato normale e statico, la lastra di ghiaccio è intatta, come una sedia dritta, con le gambe a terra, come starebbe normalmente. “Se ti dondoli all’indietro, a un certo punto sentirai un momento di rottura, dove una piccola spintarella in una o nell’altra direzione determinerà la caduta dalla sedia.” dice Lenton. Allo stesso modo, la lastra di ghiaccio della Groenlandia continuerà a sciogliersi fino a quando il sistema non riuscirà a raggiungere un nuovo equilibrio; allo stesso modo la sedia, fino ad allora, rimarrà tristemente stesa a terra.

“Una criticità del genere è già in corso sia nell’Antartide Orientale che Occidentale”, affermano Lenton e i suoi colleghi. Qui il ghiaccio, l’oceano e il sostrato roccioso si incontrano formando un’unica linea di terra. Queste linee stanno collassando e “questa unione potrebbe destabilizzare il resto dei ghiacciai dell’Antartide Occidentale come un effetto domino”, scrivono i ricercatori “portando da millenni a secoli tre metri di aumento del livello del mare.”

Terra

Sulla Terra, lo scenario è ugualmente cupo. La deforestazione in Amazzonia sta portando ad una terrificante cascata di conseguenze ecologiche: vogliamo parlare delle foreste fatte a pezzi e distrutte in lungo e in largo da incendi appiccati dai rangers per “ripulire le aree”? A causa di tutto ciò, stiamo perdendo in primis l’Amazzonia, che è il nostro isolante naturale di carbonio, e l’atmosfera che in questo modo sta assorbendo più carbonio proveniente dalle emissioni di gas. Un momento di criticità fuori controllo, che accade quando si perde una parte della foresta stimabile tra il 20% e il 40%, dicono i ricercatori. L’ecosistema, di conseguenza, si sta convertendo da umido a secco, assomigliando sempre più ad una savana che non a una foresta equatoriale.

Nell’Artico, che si sta surriscaldando due volte più velocemente del resto del pianeta, gli incendi stanno devastando come mai hanno fatto. Le foreste boreali stanno scomparendo, trasformandosi da assorbitori a fonti di produzione di carbonio. Anche la torba, che solitamente immagazzina grosse quantità di carbonio nel terreno, si sta completamente rinsecchendo e bruciando, rilasciando a sua volta altro carbonio. E il permafrost che, anch’esso, si sta sciogliendo e non riesce più ad assorbire il metano, è uno dei gas più minacciosi per l’effetto serra. Più emissioni significano più riscaldamento, e i punti critici sono presenti in tutto il mondo.

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Mare

Negli oceani, il cambiamento climatico sta portando ai limiti della sopportazione le barriere coralline. Quando le temperature salgono, infatti, i coralli rilasciano l’alga simbiotica che li aiuta a produrre energia ma, allo stesso tempo, li sbianca facendo loro perdere il colore. Combinato con l’acidificazione e l’inquinamento degli oceani, un aumento di 2°Celsius nella media globale può significare la perdita del 99% dei coralli tropicali.

Al largo delle coste, le masse d’aria circolatorie dell’Oceano Atlantico hanno subito dei rallentamenti pari al 15% sin dalla metà dello scorso secolo. Lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia potrebbe aver provocato questi rallentamenti, portando alla destabilizzazione del monsone Africano Occidentale che, a propria volta, avrebbe innescato ulteriori aree di siccità. Questo potrebbe inoltre aver portato all’accumulo di acque calde nell’ Oceano Antartico, che a sua volta avrebbe poi potuto sciogliere le lastre di ghiaccio in Antartide. Sostanzialmente, come in una reazione a catena, un punto critico ha innescato una miriade di altri punti di rottura.

Questi punti critici, infatti, non esistono isolati; molti di loro interagiscono e ne rafforzano un altro. Data l’interconnessione della loro natura, studiarli come fenomeni a sé stanti richiede la formulazione di mere supposizioni poiché non c’è modo di catturare sistematicamente la loro monumentale complessità. Tutto ciò introduce incertezza nelle predizioni.

Come risultato, non tutti i ricercatori abbracciano l’idea della presenza effettiva dei punti di criticità. Il termine suggerisce un numero rilevante di soglie che dividerebbe in due l’opinione, perché il prima e il dopo non sono sempre così chiari. “Proprio dove parte la controversia” dice Janos Pasztor, direttore esecutivo del Carnegie Climate Governance Initiative, che non era coinvolto nella ricerca. “Se ci fosse chiarezza, nero su bianco – sì, accadrà, no, non accadrà – sarebbe ovviamente più semplice. Ma se dici che è molto probabile che abbiamo già oltrepassato il momento di criticità, il concetto diventa più difficile. Ed è ancora più difficile comunicarlo al pubblico.”

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Ma, dice Pasztor, questi ricercatori hanno costruito un solido caso dicendo che i momenti di criticità – rispetto alla catastrofe- non sono lontani e li stiamo già vivendo. “L’evidenza che stia già succedendo, che possa essere tutto vero, è talmente tanto alta che, onestamente, l’unico comportamento da seguire è quello tale da risolvere il problema dice. “Questo è un articolo che mette solamente insieme i motivi del perché ci sia una reale emergenza. Perché qui c’è un’emergenza vera.”

C’è anche da dire che non tutto è perso. Più siamo in grado di tagliare drasticamente le emissioni, più lentamente aumenterà il livello dei mari. E dobbiamo fermare la deforestazione, in particolare in Amazzonia: la salute a lungo termine della civiltà dipende da questo.
E i punti critici non devono essere segno di problemi irrisolvibili “Nel regno sociale, per esempio ci sono moltissime dinamiche altrettanto critiche” dice Lenton. “Come se potessimo non concordare sul fatto che adesso stiamo vedendo la diffusione di tecnologie energetiche rinnovabili e di vetture elettriche” La gente si sta svegliando, e Greta Thunberg sta capeggiando un movimento che sta diventando ogni giorno sempre più feroce.

I politici e i capitalisti raddoppiano i loro sforzi verso l’Apocalisse ma, allo stesso tempo, noi stiamo diventando più sensibili e informati rispetto a queste tematiche. Ed è proprio quest’ultimo il punto più critico di tutti.