Camera Penale Roma, politicanti fuori da Aule

Cro/Mpd

Roma, 4 ott. (askanews) - "La cronaca ha dato ampia diffusione della numerosa partecipazione di pubblico e Autorità, nell'aula bunker di Rebibbia, al momento della lettura della sentenza di un processo notevolmente attenzionato dagli organi di stampa. Tra le Autorità presenti anche la sindaca di Roma Virginia Raggi, peraltro parte processuale per essersi costituita parte civile in giudizio. Alcuni difensori ci hanno segnalato che alla chiusura dell'udienza, subito dopo la lettura del dispositivo, e quindi nel pieno clamore del "circo mediatico giudiziario", la prima cittadina, che peraltro risulta iscritta all'Ordine degli avvocati di Roma, ha avuto accesso alla camera di consiglio per "ringraziare" la Corte. Ora non sappiamo se il ringraziamento sia stato per aver condannato o semplicemente per il lavoro svolto. Noi non lo sappiamo e nessuno lo ha chiarito. Certo è che le dichiarazioni pubbliche rese dalle stesse Autorità, sempre nel medesimo contesto, a telecamere accese, sono state nel senso di esprimere soddisfazione per l'esito processuale (per inciso, anche se il dato è in realtà il meno rilevante, infausto per gli imputati)". E'quanto si legge in una lettera aperta diffusa dalla Camera Penale di Roma,

"La Camera Penale di Roma stigmatizza l'accaduto che svilisce i ben noti principi di imparzialità e terzietà del giudice, posti a tutela dell'indipendenza del giudizio rispetto alle parti. L'imparzialità del giudice assume rilievo non solo nei casi in cui risulti concretamente rispettato, ma anche quando l'organo giurisdizionale coinvolto, si mostri alle parti in modo tale da garantire la fiducia che il principio sia effettivamente rispettato. E questo perché il giudice deve non soltanto essere, ma altresì apparire assolutamente imparziale. Così come "la giustizia non solo deve essere fatta, ma occorre anche che appaia che sia stata fatta". Nè peraltro, può ritenersi ammissibile che nelle aule giudiziarie possa essere veicolato un concetto di legalità che si risolva nell'auspicio della condanna dell'imputato (come nel nostro caso) o di una preventiva pretesa di assoluzione. Non importa quale sia l'esito, purché l'ineluttabile conclusione di ogni processo penale, sia necessariamente conforme alla volontà popolare, anche se questa è spesso abilmente e subdolamente condizionata, finanche, talvolta, dagli stessi soggetti processuali. Con tanto di complimenti pubblici quando ciò poi effettivamente accade. E di converso, con feroci insulti, quando i Giudici hanno il coraggio (si purtroppo dobbiamo parlare proprio di coraggio) di deludere l'aspettativa popolare come indirizzata dal corrente populismo. Il diritto ad avere un giusto processo vuol dire anche rispettare il principio di non colpevolezza, giacché di un soggetto definitivamente colpevole potrà parlarsi solo alla fine del processo: prima c'è solo un accusato. A maggior ragione tali principi dovrebbero essere garantiti quando i processi diventano mediatici".