Camporini: la democrazia non si esporta, ma la missione in Afghanistan darà i suoi frutti

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Image from askanews web site
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Roma, 8 set. (askanews) - Dopo venti anni di operazioni militari, non ci sono più 'boots on the ground' in Afghanistan. La missione iniziata poco dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001 negli Stati Uniti, di cui a giorni ricorre il ventennale, ha avuto un epilogo forse non inatteso dalla comunità internazionale ma certo sorprendente per la sua rapida affermazione: i talebani sono tornati al potere a Kabul e in tutto il Paese. Ma quell'operazione avviata da Washington, corroborata dalla Nato e per la quale si è pagato un prezzo altissimo in termini di uomini e risorse finanziarie, è stata solo apparentemente cancellata con un colpo di spugna. Porterà i suoi 'frutti': 'Ci è costata molto, è vero, ma quello che abbiamo fatto non è stato inutile. Ci vorrà tempo: li vedremo nei prossimi decenni, non nei prossimi mesi', commenta Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, in un'intervista ad askanews.

Dal giorno della strage alla Twin Towers di New York passarono poche settimane. Le prime operazioni militari - una serie di attacchi aerei contro obiettivi militari e basi talebane in territorio afgano - sono datate 7 ottobre 2001. Washington aveva un unico obiettivo: sconfiggere il terrorismo, lì dove aveva un rifugio sicuro, ed esportare la democrazia. Ma 'l'esportazione della democrazia, intesa come applicazione a culture che non l'hanno mai conosciuta dei meccanismi che noi utilizziamo per la democrazia (libere elezioni, consenso popolare etc), è pura follia', sottolinea oggi Camporini. 'La democrazia si esporta mostrando i suoi benefici, in modo tale che possa essere assunta dagli altri come un obiettivo da raggiungere'. Questo però 'richiede una maturazione culturale molto lunga' e 'non possiamo pretendere che nell'arco di 20 anni, che sono un periodo storicamente brevissimo, questo possa essere in qualche modo assorbito'.

Ecco il fattore tempo, dunque. Tutto quello che è stato fatto finora, 'i sacrifici che abbiamo subito e sopportato, sia dal punto di vista delle vite perse che da quello economico, porteranno il loro frutto', secondo l'ex capo delle forze armate italiane. 'I semi di una convivenza diversa a cui sono stati abituati per secoli certi popoli potranno, prima o poi, attecchire'. E già 'le manifestazioni delle donne nelle piazze e nelle strade afgane in questi giorni' lasciano sperare in un cambiamento, confermano che 'una certa parte della popolazione afgana ha visto che si può vivere in un modo diverso, forse preferibile'. Certo, nessuno si illude che ci saranno progressi immediati. 'Verranno schiacciate, non c'è dubbio. Ma le cose rimangono nel dna e prima o poi rifioriranno', sottolinea Camporini.

Nell'attesa, resta per i Paesi occidentali il rischio terrorismo. Che esiste, certamente, ma non va ingigantito. 'Quello che è accaduto a Parigi, a Londra, in Germania - fortunatamente non in Italia - è inaccettabile. Ma stiamo parlando di un fenomeno tutto sommato - senza voler apparire cinico - modesto', spiega il generale. 'Il rischio di restare vittima di un attentato terroristico nel mondo occidentale è un rischio infinitesimo', sebbene non sia escluso che la situazione attuale possa condurre a un incremento dei rischi.

'Probabilmente sì', insiste Camporini, 'ma il rischio terrorismo sarà ancora immanente soprattutto nei paesi islamici. Non dimentichiamo che se facciamo una proporzione tra le vittime del terrorismo in Occidente e quelle nei Paesi islamici - Iraq, Siria, Afghanistan e quant'altro - siamo 1:1000. Quindi il problema del terrorismo sta nella forma di lotta utilizzata in quei paesi per l'affermazione del proprio clan, della propria tribù, della propria etnia. Sono soprattutto questi paesi che continueranno a pagarne un prezzo altissimo'.

Quel che invece non è più uguale a prima è il concetto di guerra. In questi 20 anni di operazioni militari - non solo in Afghanistan, ma anche in Iraq, Libia, Siria - si è imposta la dottrina enunciata da Robert Gates, ex segretario alla Difesa, durante un celebre discorso dell'aprile 2011. Il capo del Pentagono era a West Point, Accademia dell'Esercito. Mancavano ormai poche settimane alla fine del suo incarico. Camporini ne ricorda il ragionamento per spiegare il cambiamento. 'Chiunque consiglierà al presidente degli Stati Uniti di compiere missioni armate poderose in giro per il mondo dovrà essere ricoverato in manicomio', disse in sostanza Gates, rivolgendosi ai cadetti. 'Il futuro della guerra sarà diverso. Noi difenderemo sempre i nostri interessi, lo faremo chiarendo a tutti che se questi nostri interessi verranno messi a rischio da qualcuno, questi non avrà scampo. Sarà inesorabilmente colpito da strike da lontano, che potranno essere compiuti dall'Aeronautica, dalla Marina, dalle forze speciali, da droni'. Sarà sempre più difficile, invece, ripetere un altro Afghanistan, un altro Iraq, invadere, pacificare e amministrare un grande Paese lontano, dopo il trasferimento in massa di un enorme esercito di terra americano. 'La dottrina che è stata avviata da Obama e poi, anche in modo piuttosto folkloristico da Trump, e adesso ribadita da Biden, mi sembra assolutamente in linea con questo pensiero che costituisce una nuova dottrina militare', precisa Camporini.

Un cambiamento che in qualche modo interessa anche l'Italia. La decisione di armare i droni, fino ad oggi utilizzati dalle nostre forze armate solo in assetto di sorveglianza, conferma che 'abbiamo preso atto di un nuovo modo di concepire le operazioni militari e ci siamo finalmente adeguati'. Ma la richiesta di armare i Predator ha 'radici antiche'. 'Già il mio predecessore Giampaolo Di Paola lo aveva chiesto. Io avevo ribadito questa richiesta, anche con un certo vigore all'allora ministro (Ignazio) La Russa, ottenendo sempre un diniego perché pareva brutto fare la guerra così', ricorda Camporini. E anche riguardo alle discussioni - talvolta polemiche - sulla liceità e sull'etica nell'uso di queste armi, 'non c'è nulla di nuovo sotto il sole'. Nel XIII secolo la chiesa vietò l'uso della balestra in quanto arma immorale, perché chi la utilizzava non rischiava la sua vita e invece uccideva l'avversario, argomenta il generale. 'Quindi si era nella stessa situazione in cui si trova oggi l'operatore del Predator che dalla sua sala operativa di Amendola può lanciare un attacco contro il suo avversario che sta, ad esempio, ad Irbil'.

Dunque, 'il problema della parità di rischio tra i combattenti è un problema vecchio nel tempo'. 'Francamente mi lascia molto perplesso, perché anche prima di armare i Predator noi abbiamo utilizzato i Tornado in Libia, con le armi 'stand off', quelle che il pilota di un aereo, a 300 chilometri di distanza, lancia contro il suo obiettivo', sottolinea l'ex capo di Stato Maggiore della Difesa. 'Che differenza c'è con il drone armato? Dal punto di vista etico non c'è assolutamente alcuna differenza. Quindi tutte le polemiche che si stanno facendo sono assolutamente pretestuose'. C'è però una linea rossa che, secondo Camporini, non va mai superata. 'Il fatto che sia sempre l'uomo a decidere cosa fare e che non ci siano algoritmi di intelligenza artificiale che si sostituiscano all'uomo. Questa, a mio parere, è la cosa fondamentale dal punto di vista etico. L'uomo deve restare centrale', precisa il generale.

Lo sarà, certamente, nella nuova forza di difesa europea, di cui si discute insistentemente dalla fine della missione militare in Afghanistan. Ma Camporini si dice 'allibito' per le dichiarazioni dell'Alto Rappresentante Ue Josep Borrell a proposito di questo contingente. 'L'Unione europea già dispone di due Battle Group, che sono costituiti da un punto di vista formale e che dal 2005 non sono mai stati utilizzati', ricorda l'ex capo di Stato Maggiore. E questo vuol dire che parlare di contingenti europei senza avere una Politica estera e di sicurezza comune è un esercizio inutile, a suo avviso. 'Dobbiamo renderci conto che lo strumento militare è appunto uno strumento. Serve a concretizzare e ad essere utile a una politica estera comune. Se manca la politica estera comune, lo strumento militare è assolutamente velleitario', conferma Camporini.

Quanto ai numeri ipotizzati in questi giorni dal capo della diplomazia europea - circa 5.000 uomini -, il generale ricorda che già nel 1999 insieme ai colleghi francese, inglese e tedesco, si dedicò alla scrittura del 'Helsinki Headline Goal', che doveva essere 'lo strumento militare della nascente Politica di difesa e sicurezza comune'. 'Noi parlavamo di 60.000 unità, con l'aggiunta dei necessari supporti aerei e navali. E questo dice come già 20-22 anni fa la consapevolezza che i numeri dovevano essere largamente superiori a quelli che Borrell ha enunciato giorni fa era assolutamente condivisa'.

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