Canada al voto. La scommessa rischiosa di Justin Trudeau

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Canadian Prime Minister and Liberal Leader Justin Trudeau (L), NDP Leader Jagmeet Singh (C) and Conservative Leader Erin O'Toole (R) participate in the federal election English-language Leaders debate in Gatineau, Quebec, Canada on September 9, 2021. (Photo by Adrian Wyld / POOL / AFP) (Photo by ADRIAN WYLD/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: ADRIAN WYLD via Getty Images)
Canadian Prime Minister and Liberal Leader Justin Trudeau (L), NDP Leader Jagmeet Singh (C) and Conservative Leader Erin O'Toole (R) participate in the federal election English-language Leaders debate in Gatineau, Quebec, Canada on September 9, 2021. (Photo by Adrian Wyld / POOL / AFP) (Photo by ADRIAN WYLD/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: ADRIAN WYLD via Getty Images)

Il voto anticipato di oggi in Canada non lo voleva nessuno, o quasi. Il primo ministro Justin Trudeau era sicuro che andare a elezioni dopo il successo nella lotta alla pandemia fosse il giusto modo per cementare il suo potere. Eppure da inizio agosto, quando ha annunciato il ritorno alle urne, a due anni dall’ultima volta, la variante Delta ha iniziato nuovamente a correre. A questa vanno aggiunte le accuse dei suoi principali avversari - il conservatore Erin O’Toole e il leader del Nuovo partito democratico (Ndp), Jagmeet Singh, entrambi in ascesa nei sondaggi – per un uso improprio del suo ruolo, le sollecitazioni della comunità indigena, i vari scandali nel corso della sua amministrazione, un’inflazione record e, da ultimo, l’ennesimo schiaffo ricevuto da Washington, incurante nel non avvertire del nuovo patto Aukus, né tantomeno di coinvolgerla. Una somma dunque che rischia di trasformare la scommessa di Trudeau in un azzardo dal prezzo molto caro.

Durante un comizio in un sobborgo di Vancouver, Trudeau aveva esortato i suoi elettori a dargli fiducia per la terza volta. “Amici miei, se volete porre fine per sempre a questa pandemia, uscite e votate liberale”, aveva affermato puntando sul suo cavallo di battaglia. Il Canada è infatti risultato un esempio virtuoso nella lotta alla pandemia, posizionandosi tra i Paesi più immunizzati al mondo. La crescita dei contagi delle ultime settimane ha però alzato di nuovo l’allerta e, per far fronte al dilagare del virus, Trudeau si è convinto che serva un governo forte, in grado di prendere decisioni in piena autonomia. Insomma, non uno di minoranza come quello attuale. L’appoggio dell’Ndp, difatti, è risultato fondamentale nella scorsa tornata elettorale, quando il partito liberale aveva ottenuto 157 seggi alla Camera dei Comuni. Una maggioranza sterile se non fosse stato per i 23 eletti dell’Ndp.

Suo malgrado, i cittadini canadesi non sono dello stesso avviso. Pur riconoscendo lo sforzo del governo nel contenimento della pandemia, molti non si spiegano la necessità di anticipare di 24 mesi le elezioni, specie di fronte al ritorno del virus. Il 60% degli elettori è certo di come votare in questo momento sia controproducente, anche perché si ritengono soddisfatti dell’attuale assetto istituzionale. La promessa di Trudeau riguardo un piano di spesa quinquennale da 78 miliardi di dollari canadesi - 62 miliardi al cambio con quello statunitense - da spendere per lo più in sanità, così come la proposta di rendere i vaccini di richiamo gratuiti per tutti e quella di stanziare un miliardo di dollari alle province che vogliano implementare il sistema del passaporto vaccinale, non hanno affascinato l’elettorato che si sente usato per i giochi di potere e non gradisce il narcisismo di Trudeau.

In un Paese dove il basso profilo è una caratteristica peculiare, la mossa di indire le elezioni non è stata apprezzata, ma ritenuta sfrontata e lontana dalla modestia. Una considerazione su cui concordano in molti e che, quindi, durante le 36 settimane di campagna elettorale è stata utilizzata più volte dai leader degli altri schieramenti. Su tutti il conservatore O’Toole, a capo del partito dallo scorso anno, che ha visto nella nuova ondata di Covid una scusa per giustificare la presa di potere. “Ogni canadese ha incontrato un Justin Trudeau nella sua vita: privilegiato, autorizzato e sempre alla ricerca del massimo tornaconto”, ha dichiarato criticando la scelta di tornare a voto. “Era intento in questa ricerca quando ha indetto queste elezioni costose e non necessarie nel mezzo di una pandemia”.

Il livello di popolarità di O’Toole era motivo di tranquillità per Trudeau, almeno fino a qualche mese fa. La sua posizione ambigua sul Covid, schierandosi ad esempio contro l’obbligo vaccinale, ha fatto sì che i liberali dipingessero i loro avversari come retrogradi. In realtà, oltre a raccogliere voti tra i vari gruppi no-vax di estrema destra, i conservatori si sono presentati con un programma nuovo, basato su una ingente spesa pubblica e provvedimenti per l’impiego. Anche in tema ambientale, molto caro a Trudeau, il partito di O’Toole promette di rispettare gli obiettivi prefissati dall’Accordo di Parigi, riducendo le emissioni del 30% rispetto a quindici anni fa entro il 2030. Così come originale, per quella che è la storia del partito, appare la proposta di rendere a emissioni zero il 30% dei veicoli leggeri venduti da qui a dieci anni. “Abbiamo un piano per rimettere in piedi il Paese dopo diciotto mesi difficili in questa crisi. Sono un alleato a favore della comunità LGBTQ+”, ha perfino dichiarato O’Toole che insieme alla sua squadra ha studiato quanto realizzato da David Cameron durante la sua esperienza al 10 di Downing Street. Anche il passo indietro sul divieto delle armi d’assalto imposto da Trudeau ha fatto piuttosto rumore e spiazzato gli avversari. O’Toole, che inizialmente si era dichiarato contrario, si è detto pronto a reprimere con fermezza il contrabbando – idea sposata in parte dal primo ministro in carica - spostandosi così più a sinistra senza scontentare parte del suo elettorato.

Il vantaggio di cui i liberali si facevano forza si è quindi via via ridotto e il distacco tra i due leader si è andato ad assottigliare. Gli ultimi sondaggi li vedono appaiati intorno al 30%, seguiti dall’Ndp di Singh al 20%, in crescita di quattro punti percentuali rispetto al 2019 e probabilmente ancora una volta decisivo per la nascita del nuovo governo. Già, perché la maggioranza assoluta che Trudeau vorrebbe raggiungere appare complessa per tutti, se non impossibile.

Così Singh ha la possibilità di giocare un ruolo ancora da protagonista, non solo come ago della bilancia. Le proposte del leader originario dello Stato indiano del Punjab - primo esponente di una minoranza a ricoprire un ruolo di vertice in un partito federale – appaiono come ambiziose ma sono state apprezzate dall’elettorato canadese di sinistra e hanno attirato l’attenzione anche al di là del confine, garantendosi l’appoggio di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Per tutti i lavoratori federali, l’Ndp propone un salario minimo di 20 dollari e dieci giorni di congedo, mentre nella lotta al cambiamento climatico l’obiettivo è quello di tagliare il 50% delle emissioni entro il 2030, offrendo la possibilità di creare un milione di posti di lavoro. L’augurio del partito è quello di riuscire a strappare quanti più seggi possibili ai liberali. Per tale ragione ha tentato di colmare i vuoti che l’amministrazione Trudeau si è lasciata dietro dopo sei anni di gestione.

Tra questi rientra la comunità indigena, che dal governo si aspettava una risposta più netta dopo la macabra scoperta delle centinaia di tombe anonime appartenenti a bambini che frequentavano le scuole di assimilazioni canadesi. Diverse associazioni stanno spingendo affinché gli indigeni si rechino a votare, ma l’incomprensione che li separa dalle istituzioni è ancora troppo grande. Piuttosto, la fiducia viene riposta nei canadesi: “Speriamo che continuino sulla strada della riconciliazione con noi e scelgano di eleggere politici che rispettino i diritti dei popoli indigeni e il lavoro svolto in partnership”, ha dichiarato Natan Obed, presidente dell’organizzazione nazionale che rappresenta gli Inuit. Anche se questa comunità non rientra nelle First Nations (i popoli indigeni o autoctoni del Paese), l’Ndp ha nel suo programma di creare un ufficio di polizia e giustizia per affrontare la sproporzionata presenza degli indigeni nelle carceri, cercando così di dare concretezza alle loro richieste.

Il primo ministro Trudeau aveva promesso una politica di riconciliazione con queste comunità, garantendo loro la verità sugli orribili ritrovamenti nelle scuole. Verità che fatica ad arrivare, a differenza delle critiche. “Non puoi metterti in ginocchio un giorno, se porti in tribunale i bambini indigeni il giorno dopo”, ha puntato il dito Singh sottolineando le inadempienze di Trudeau durante questi anni. Dei 105 ordini di portare acqua pulita alle comunità indigene, per esempio, ne sono rimasti fuori 52. Più in generale, delle promesse avanzate il governo attuale ne ha portate a compimento il 45%, in parte solo il 27%. Il restante è rimasto sulla carta. “Penso che a Trudeau possa interessare” della situazione in cui vivono gli indigeni, ha spiegato Singh. “Penso che gli importi, ma la realtà è che ha spesso fatto molte cose per lo spettacolo e non le ha supportate con azioni reali”, ha continuato sulla stessa scia del suo avversario O’Toole.

L’incompletezza sembra aver caratterizzato gli ultimi due anni della politica canadese, ma non solo. Nel corso della sua amministrazione, Trudeau è incappato in una serie di piccoli o grandi scandali che ne hanno scalfito la sua figura di leader progressista e attento alle richieste delle minoranze. Esempio ne sono alcune foto che lo ritraggono – anni prima che venisse eletto - con una maschera nera indosso e per cui è stato accusato di razzismo. Lo scorso anno, invece, un ente di beneficienza molto vicino alla sua famiglia si è accaparrato un contratto senza alcuna offerta per gestire un piano di assistenza finanziaria necessario per gli studenti vista l’emergenza Covid. Quattro giorni dopo sono arrivate le scuse per quello che in Canada è stato definito Charity Scandal, costringendo l’ente a ritirarsi dal programma, che comunque è stato cancellato. La vacanza con la famiglia sull’isola di Aga Khan e le accuse di molestie sessuali da parte di una giornalista sono altri esempi di circostanze spiacevoli a cui il primo ministro ha dovuto render conto.

Situazioni che non hanno giovato alla sua popolarità. L’opposizione è tornata a pungere quando, nel giorno in cui veniva certificato il tasso di inflazione più alto dal 2003, Trudeau ha dichiarato che la politica monetaria non rientrava tra le priorità. La realtà, però, parla chiaro. Dall’agosto dello scorso anno i prezzi sono aumentati del 4,1%, soprattutto per quel che riguarda la benzina e le case. Il costo della prima è aumentato del 32,5% mentre quello dei nuovi edifici ha visto una crescita del 14,3% in dodici mesi. Il capo della banca centrale canadese, Tiff Macklem, ha cercato di tranquillizzare sull’andamento dei prezzi, considerandolo una parentesi e non un problema reale. Molto probabilmente sarà così, ma è innegabile che per un primo ministro in cerca della (terza) rielezione ricevere una notizia simile a ridosso del voto non possa far compiere i salti di gioia.

Non ha fatto piacere neanche quella sul patto sull’Indo-Pacifico siglato da Australia, Regno Unito e Stati Uniti – AUKUS – siglato pochi giorni fa. Il Canada non se l’aspettava, essendo parte firmataria del Five Eyes (l’accordo di condivisione dell’intelligence) proprio insieme a questi tre Stati più la Nuova Zelanda. Da Ottawa perlomeno si auguravano una chiamata per spiegare il nuovo patto anti-Cina, ma così non è stato. “Questo è un altro esempio di come Trudeau non sia preso seriamente dai nostri amici e alleati nel mondo. Il Canada sta diventando irrilevante sotto di lui”, ha subito attaccato O’Toole, alle cui accuse ha dato manforte l’altro candidato, Singh, che ha incolpato il primo ministro di pensare più alla campagna elettorale che ai suoi doveri istituzionali. Da parte sua Trudeau non immaginava un trattamento simile dal suo omologo Joe Biden, con il quale sperava di instaurare un dialogo più costruttivo rispetto al predecessore Donald Trump.

Questa serie di elementi permettono quindi ai canadesi di aprire un ampio dibattito sul loro governo. Il rinnovamento della Camera dei Comuni, volutamente anticipato, doveva rappresentare il consolidamento del primo ministro e invece rischia di diventare un boomerang pericoloso. Ma, come dichiarato dal capo del personale dell’ex primo ministro, Paul Martin, anch’egli liberale, “se dopo un’elezione arrivi al governo, è una vittoria. Se sei una minoranza, resti una minoranza, ma sei ancora al governo”. Il che, dato il periodo turbolento, per Justin Trudeau potrebbe essere già qualcosa.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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