Cannabis, referendum a rischio: "I Comuni non mandano i documenti"

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- (Photo: Ansa)
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Il referendum sulla legalizzazione della cannabis rischia di essere mandato all’aria dalla lentezza della burocrazia. Sì, perché dopo che in poco più di una settimana sono state raccolte quasi 600mila firme, tutte online attraverso lo Spid, il rischio ora è che il comitato promotore non riesca a presentare alla corte di Cassazione tutti i documenti utili per proseguire il percorso che dovrebbe portare il quesito davanti agli elettori. Il tempo stringe: la consegna delle firme 500mila, necessarie perché la richiesta di referendum sia considerata valida, e dei relativi certificati elettorali va fatta entro il 30 settembre. Le firme sono già archiviate, non hanno bisogno di autenticazione, quindi non ci sono problemi. Il problema, però, lo stanno creando i Comuni o, almeno, alcuni di questi che dovrebbero inviare i certificati elettorali e stanno ritardando. Se continueranno a ignorare le richieste e a non mandare la documentazione richiesta, il gran successo delle adesioni raccolte in pochi giorni andrà ufficialmente in fumo.

Per evitare che ciò accada, le strade sono due: o i comuni si sbrigano, oppure il governo dovrebbe concedere una proroga del termine per la consegna. E i promotori punterebbero proprio a questa seconda opzione. Per sensibilizzare l’esecutivo - che, a meno di sorprese dell’ultim’ora, sembra latitare - hanno organizzato una manifestazione per domani alle 18, davanti a Palazzo Chigi.

“Noi comprendiamo le difficoltà dei comuni - spiega all’Huffpost Riccardo Magi, parlamentare di +Europa e tra i promotori del referendum - perché molti di questi sono alle prese anche con le elezioni amministrative. Proprio per questo chiediamo al governo di inserire in un decreto la proroga al 31 ottobre per la presentazione delle firme. Solo in questo modo di potrà evitare una discriminazione tra referendum”. La proroga era infatti già stata concessa per i referendum sulla giustizia e sull’eutanasia, promossi nella scorsa primavera. Lo slittamento di un mese era stato dettato dallo stato d’emergenza che, però, nel mentre è stato prorogato fino a fine anno. Risultato? Per i referendum su giustizia ed eutanasia c’è ancora un mese di tempo, per quello sulla cannabis il tempo sta per scadere e il rischio è che il 30 settembre manchino diverse decine di migliaia di certificati elettorali.

Per la verità, nelle ultime ore la situazione, almeno in parte, si è sbloccata. Marco Cappato, uno dei promotori, in mattinata aveva pubblicato dei comuni che non avevano ancora mandato le firme, nonostante le richieste. In giornata, però, alcuni enti sono corsi ai ripari, e così quell’elenco - nel quale figuravano tanti piccoli comuni, ma anche grandi città, come Firenze, Napoli, Milano - è stato rimosso. In questo momento non c’è un numero preciso di comuni inadempienti - “potrebbero essere intorno ai mille”, ci dice una fonte - né si sa con esattezza quanti certificati elettorali mancano. “La situazione si aggiorna minuto per minuto”, ci spiegano dall’associazione Luca Coscioni. Nonostante qualche segnale positivo, l’obiettivo non è stato raggiunto, e la preoccupazione resta: “Il referendum è a rischio”, ripetono i promotori.

L’allarme era scattato venerdì, quando, trascorse le 48 ore entro le quali per legge i comuni avrebbero dovuto mandare la documentazione, erano arrivati solo 200mila certificati elettorali. Meno della metà di quelli che servono per far andare avanti il referendum e poco più di un terzo rispetto alle firme raccolte. All’appello mancavano 1400 comuni. A quel punto, sabato, sono partite le diffide, per sollecitare. Ma i promotori, che non sembrano voler addossare ogni colpa sugli uffici che magari non rispondono perché oberati da tanti altri adempimenti, non si sono fermati alle diffide. Hanno scritto al presidente della Repubblica, annunciando lo sciopero della fame, per invitarlo a sollecitare il governo a intervenire: “La nostra colpa consisterebbe nell’adesione massiccia e straordinaria per la legalizzazione del consumo di cannabis e il paradosso inaccettabile si realizzerebbe dando un mese in più a chi ha avuto a disposizione tre mesi per la raccolta e non a chi ha avuto un solo mese”.

Per cercare di velocizzare l’invio dei certificati è intervenuto anche il presidente dell’Anci, il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha inviato un messaggio ai suoi colleghi: “La trasformazione digitale anche degli istituti di partecipazione popolare è intervenuta in un momento complesso e delicato per gli uffici elettorali di molti Comuni sia per quelli che sono interessati dal voto amministrativo sia per quelli che devono riorganizzare e riprogrammare le attività post periodo emergenziale. Tutto ciò però non può e non deve impedire il deposito in Cassazione delle firme utilmente raccolte entro il 30 settembre”. Poi l’invito a non venire meno alle richieste dei promotori del referendum: “Pur nella consapevolezza delle innumerevoli difficoltà, Ti chiedo di verificare l’effettivo ed efficace supporto, da parte della Tua Amministrazione, all’esercizio di un diritto costituzionalmente tutelato e garantito come quello della partecipazione democratica dei cittadini all’iniziativa legislativa”. Poi l’impegno: “Verificherò con il Ministero dell’Interno e il Ministero della Giustizia, possibili soluzioni per fronteggiare questa “emergenza democratica” che non può ricadere solo sulle spalle dei sindaci”.

I tempi sono strettissimi, ma l’obiettivo può essere ancora centrato. Certamente, se il governo si decidesse a intervenire, la strada sarebbe molto meno accidentata.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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