A Cannes ormai l'intransigenza è merce fuori corso. Spike Lee lo dimostra

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A far pronostici sulla Palma d’oro di Cannes si prendono sempre granchi epocali. Soprattutto nell’anno che associa il record di film in corsa (24) con il concorso tematicamente meno impegnato di sempre. La promessa di Spike Lee da presidente della giuria – “restituire fiducia nel cinema”- non può non essere condivisa dalla sua squadra di giurati. Questo però significa premiare film dove l’estetica diventa etica.

Allora la rosa di titoli è molto ridotta. In testa ci sono “Ghareman” ( Un eroe) dell’iraniano bi-Oscar Asghar Farhadi e “France”di Bruno Dumont, stilisticamente agli antipodi ma accomunati dalla diagnosi clinica della nuova barbarie di cui media e social si fanno strumento. Sempre esteticamente agli antipodi, il sorprendente “Hyti n. 6” ( Scompartimento n.6) di Juho Kuosmanen e “Les Olympiades”di Audiard sono portatori di una verità umana che è anche sociale. Le tre ore (molto acclamate) di “Drive my car” del giapponese Hamaguchi Ryusuke, intrecciando le prove teatrali di Cechov con un viaggio nei sensi di colpa di un regista e della sua autista, richiedono più mediazioni. E nella sua disarmante semplicità “Lingui”di Mahamat-Saleh Haroun - che è stato anche ministro della Cultura del Ciad - potrebbe essere un premio dedicato al coraggio delle donne in rivolta contro leggi e religione patriarcali e oppressive.

Viviamo un’epoca strana. Non sono più i tempi in cui Michael Moore poteva conquistare una politicissima Palma d’oro al primo documentario incoronato dal Festival. L’intransigenza è merce fuori corso. Sopra la mia scrivania campeggiano ancora il ritaglio di giornale che Spike Lee mi firmò ai tempi di “Fai la cosa giusta” e il berrettino - autografato anche quello - del suo “Malcolm X”. Spike Lee è il primo presidente di giuria mai immortalato da Cannes nell’affiche ufficiale del Festival.

Mi hanno lasciato interdetta però i paralleli billboards giganti che decorano Cannes, con Spike Lee testimonial delle Montblanc. Il marchio, sagacemente, ha sfruttato il momento. Nessuno scandalo, per carità, se George Clooney- incontestabilmente una star impegnata - promuove il caffè. Ma le Montblanc, prodotto di lusso, non sono esattamente a portata della gente per cui il regista si è sempre battuto. Le battaglie oggi sono compatibili con il commercio, con il Capitale si può venire a patti, sfuma la linea di demarcazione e i vecchi metri ideologici sono anticaglie. Questione di ore: chissà se la stessa logica più morbida, più interlocutoria e disponibile, si applicherà al Palmarès di Cannes:

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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