Capalbio Spoon River

Stefano Baldolini
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Capalbio (Photo: Stefano Baldolini)
Capalbio (Photo: Stefano Baldolini)

Poiché all’ultima spiaggia, quest’anno, ci siamo andati veramente vicini, per trovare la metafora giusta occorre attraversarne la barriera in legno laccato di bianco, e dare uno sguardo alla penultima.

Spiaggia libera ma attrezzata, demaniale ma gestita, la distesa con duna al seguito oltre gli ordinati filari bianco-blu della mejo borghesia che fu – prima che la cancel culture antiradical chic la riducesse a macchietta stagionale – val la pena di percorrerla presto, o sul calar della sera, per notare adeguatamente distanziati decine e decine di paletti infissi, dall’aria vagamente cimiteriale.

Sono i punti di riferimento dei bagnanti ‘covidiani’ che, a prezzi modici o liberi di piantare il proprio smart ombrellone, da una certa ora a un’altra provano a mutare quel lugubre panorama, e va detto con una certa efficacia ci riescono pure, con risate epocali di adulti, tragici pianti di infanti, e urlacci e tuffi, insomma la solita vita che va avanti, che non guarda in faccia a nessuno, figuriamoci se quel qualcuno dovrebbe averla coperta (la faccia) da una mascherina, ma l’ha dimenticata (la mascherina) nel parcheggio rovente, e pur di non tornarci è capace di sostenere convegni negazionisti.

Figuriamoci d’estate in Italia, pur in questa strana estate italiana sospesa tra un’ondata subìta e un’ondata percepita, se non va in replica il copione vincente steso una settantina di anni fa dai nostri padri e nonni, sinossi semplice: voglia ineluttabile di sole e mare, poi arricchitosi di dettagli, pinne/fucili/occhiali/animatori/surf/tatuaggi/sub… copione che scivola via sulle mille variazioni vitalistiche che vanno dal solleone di “Domenica d’agosto” all’ultimo resistibile Vanzina.

Insomma, anche a Capalbio ci sarebbe il tempo di leggere l’ultimo Camilleri, l’ultimo Strega o l’ultimo giallo nordico, di compulsare siti web o social, persino di comunicare con geografica seraficità ai ladri di appartamento metropolitani masochistici stati whatsapp di apparente serenità. Poi, però arriva l’ora dell’apericena, della box pret à porter per tutti i gusti, dai vegani ai giapponesi, dai bagel ai crepuscolari.

Bisogna prepararsi per andare ad ammirare al tramonto lo Spazio Amato di Massimo Uberti, neon più bianciardiano che Hypermaremanno forse, e anche la Penultima spiaggia inizia a svuotarsi, e laddove c’erano la paletta e il secchiello, e i corpi un po’ sovrappeso per lo spazio odiato del lockdown, piano piano si ricominciano a scorgere quei paletti esili e ben piantanti, che i gestori probabilmente consci della pericolosa assonanza, hanno provato a camuffare dipingendo la sommità con vernici e colori primari e non.

Ma anche così, giallo verdi rossi e blu, regolari e implacabili, quelle centinaia di assi, non riescono a non produrre tutto quello che stiamo cercando, come al solito, di rimuovere, dimenticare, sconfiggere. Simulacro di cimitero, che evoca guerre e sbarchi più o meno riusciti su sabbie ignare, scarno memento, che in un colpo di genio inconsapevole unisce in un formidabile monumento il destino di anime, da Bergamo a Lampedusa.

Spazio Amato, Capalbio, 2020 (Photo: Hp)
Spazio Amato, Capalbio, 2020 (Photo: Hp)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.